La tecnologia blockchain, opportunità per la finanza islamica (I parte)

08/10/2019 di Redazione

di Vasco Fronzoni

La tecnologia Bms

La Bms (blockchain management system) è una tecnologia informatica nata essenzialmente per condurre transazioni online senza dover fare ricorso agli istituti di credito, ma attraverso scambi diretti, ancorché immateriali.

Tecnicamente, l’utente A può trasferire dal suo conto al conto dell’unente B un qualsiasi valore, firmando la transazione attraverso una chiave crittografica e B, all’occorrenza, può trasferire al conto di C l’importo o parte di esso, e così via, il tutto senza che vi sia un trasferimento fisico di beni o utilità. La catena si caratterizza per la sua trasparenza e verificabilità da parte di tutti coloro che partecipano al network e, dunque, risulta oltremodo interessante per l’etichettatura, la memorizzazione e la tracciatura di qualunque cosa abbia un valore e che si voglia trasferire “peer to peer” attraverso la rete. Nonostante questa trasparenza, che consente di accedere e verificare tutta la catena, la privacy è comunque garantita poiché non vengono rese note le varie identità dei titolari dei block che partecipano alla chain, ma queste sono espresse in codici alfanumerici elaborati da un algoritmo, riportati in un registro che diventa uguale per tutti ed accessibile. I codici dei blocchi non sono quindi direttamente riconducibili alle identità dei soggetti titolari dei conti. Inoltre, il valore aggiunto è costituito dal fatto che i partecipanti alla catena possono anche fungere da validatori delle identità (sebbene espresse non nominativamente) e della firma degli utenti dei block precedenti e, quindi, contribuire ad attestare la correttezza della transazione stessa.

Le monete virtuali, e segnatamente i bitcoin sono stati uno dei primi prodotti ad essere performati attraverso la tecnologia blockchain, proprio in virtù della possibile tracciabilità della catena di trasmissione, dal venditore al primo prenditore e fino all’ultimo acquirente. La compatibilità sharaitica dei bitcoin, delle valute virtuali e, più in generale, della tecnologia blockchain è stata oggetto di importanti dibattiti dottrinari, peraltro in progress, con pronunce anche autorevoli, come nel caso di una fatwa emessa dallo Shaykh di Al-Azhar nel gennaio 2018, e altisonanti consulenze in termini di compliance islamica.

Finanza occidentale contro finanza islamica in riferimento alla blockchain

Com’è noto, nell’atavica differenziazione metodica tra i commerci speculativi del mondo non islamico e i valori etici della finanza islamica vi è un profondo divario, che trova il suo limite proprio nella componente etico-religiosa che deve guidare i credenti nella condotta dei loro affari.

Obbiettivo dell’islam è quello di rendere la società virtuosa, eticamente orientata ed, anche, produttiva. E’ appena il caso di ricordare che i primi due obbiettivi della missione profetica di Muhammad quando cominciò la predicazione tra le strade di Mecca furono l’avversione della idolatria e la critica per la sperequazione sociale, indirizzata alla classe egemone dei ricchi mercanti che viveva sulle spalle della popolazione povera. L’islam è portatore di una politica economica che incoraggia il profitto e la competizione negli affari, incitando i credenti a lavorare con impegno. Contrariamente ad altre religioni, nell’islam la povertà non è considerata una virtù, ma un disvalore sociale, un momento di marginalizzazione dell’individuo che deve essere aiutato dal prossimo o dalla comunità a ri-immettersi nel circuito produttivo. Specularmente, esiste una accezione positiva del concetto di ricchezza e di proprietà privata. Difatti, i beni e la disponibilità economica rappresentano i doni che Allah ha destinato ai fedeli: «O voi che credete! Mangiate delle cose buone che la provvidenza nostra v’ha dato, e ringraziate Iddio, se lui solo adorate» (Cor II, 172) ed il musulmano è esortato da Allah a godere dei suoi doni ed a mostrare gratitudine.

La shari’a interviene a protezione di questi regali divini ed i credenti sono incoraggiati nella ricerca e nella raccolta di averi. Tuttavia, non va dimenticato che tutti i beni sono donati agli uomini da Allah, il solo che può rivendicarne la proprietà assoluta, e va tenuto anche presente che ogni membro della comunità deve essere assistito nei momenti di difficoltà e non deve mai essere privato dei beni necessari per poter vivere dignitosamente. Infatti, la ricerca del benessere deve essere subordinata al rispetto di alcune condizioni, poiché essa può costituire, ad un tempo, uno strumento che può essere utilizzato per ottenere la benevolenza di Allah, ma anche un mezzo per portare il singolo e la comunità alla distruzione. Per l’etica islamica, beni e denari devono essere acquisiti con mezzi leciti e vanno spesi in maniera corretta. Seguendo questo concetto, la ricchezza va perseguita, ma va anche distribuita poiché il danaro non va accumulato ma deve servire a far circolare l’economia: «O voi che credete! certo molti dei dottori e dei monaci consumano i beni altrui in cose vane e allontanano gli uomini dalla via di Dio. Orbene, a coloro che ammucchiano oro e argento e non lo spendono sulla via di Dio annuncio castigo cocente» (Cor IX, 34).

Dunque, tra i principi fondanti della finanza islamica troviamo soprattutto il divieto di prendere o ricevere interessi, lo scopo sociale ed etico del capitale utilizzato, il divieto di ingaggiarsi con commerci illeciti (alcol, gioco d’azzardo, droghe o simili), il divieto di transazioni che comportino una speculazione o un’alea.

In particolare, affinché le transazioni commerciali siano lecite, la shari’a richiede certezza circa l’oggetto del contratto, l’individuabilità del bene e la sua proprietà, unitamente ad assenza di rischi e non applicazione di tassi di interesse. Tutte caratteristiche che rendono in prima battuta la finanza islamica poco attrattiva per il mondo degli affari occidentale. Attraverso la tecnologia blockchain la tendenza può essere invertita e può essere sollecitato interesse per i prodotti finanziari islamici anche nel mondo occidentale, oltre che per gli utenti musulmani, in ragione della sharaiticità del sistema.

Un esempio è dato dal grande interesse che i mercati finanziari occidentali rivolgono ai sukuk, una sorta di certificazioni obbligazionarie conformi alla shari’a. Si tratta dell’acquisizione da parte degli investitori di un certificato di un emittente, il quale utilizza il danaro per la vendita del certificato investendolo in un’attività reale (che può essere l’acquisto di un immobile o anche l’esercizio di impresa), riscuotendo i profitti generati dall’investimento effettuato. Gli investitori guadagnano quando l’attività, aumentata nel frattempo di valore, viene venduta. Non vi è per l’investitore la sola restituzione del capitale investito accompagnata da una remunerazione a titolo di interesse, azione proibita, ma la piena condivisione dei rischi e dei profitti tra creditore e debitore, in modo che siano presi in considerazione solo investimenti potenzialmente validi.

Anche l’Italia ha manifestato grande interesse per i prodotti di finanza islamica, arrivando a portare in discussione durante la XVII legislatura la proposta di legge n. 4453/2017 intitolata “Disposizioni concernenti il trattamento fiscale delle operazioni di finanza islamica”, progetto poi accantonato.

(continua)

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