Genocidio dei rohingya, la debole difesa di Aung San Suu Kyi

La settimana scorsa Aung San Suu Kyi, consigliere di Stato della Birmania,  è comparsa davanti alla Corte internazionale di giustizia dell’Aia per rispondere del suo silenzio circa il genocidio della popolazione rohingya. Ha  negato l’imputazione e ha accusato il Gambia, che ha aperto il procedimento giudiziario per conto di 57 Paesi musulmani (Organizzazione di cooperazione islamica), di fabbricare prove contro di lei e il suo Stato.

La donna, Nobel per la pace nel 1991, ha sostenuto che gli interventi dell’esercito birmano fossero una reazione agli attacchi compiuti dai ribelli rohingya. I leader rohingya hanno accusato la San Suu Kyi di aver  difeso i militari, cioè coloro che per l’hanno tenuta imprigionata e in silenzio nel suo stesso Paese.

Sui social e sulla stampa di alcuni Paesi musulmani sono apparse le dichiarazioni dei leader rohingya  Mohammed Mohibullah e Nur Kamal, facenti parte di Arakan Rohingya Society for Peace and Human Rights. La donna ha asserito che la popolazione fosse partita a   causa della guerra civile persa. Ma all’inizio di quest’anno la Missione Internazionale d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite sul Myanmar ha affermato che gli stupri dei Rohingya   erano sistemici e  ha dimostrato l’intenzione dei militari di commettere un genocidio.

Il Gambia ha chiesto all’Aia misure per  portare alla luce definitivamente tutti gli atti che confermino il  genocidio. Lo staff legale del Gambia  ha affermato che ancora oggi, nonostante l’intera comunità mondiale civile abbia condannato tale atto, in Myammar si continua in maniera più subdola e silenziosa a perseguitare i rohingya, come conferma il fatto che, benché siano stati firmati due accordi di ritorno dei profughi dal Bangladesh, nessuno abbia ancora messo piede nei territori dell’ex Birmania.

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