Se lo ius culturae dimostra l’italianità dei più giovani

30/09/2019 di Lela Esposito

Ormai è da considerare un dibattito di primo piano, la concessione della cittadinanza a chi nasce in Italia. Infatti uno degli ultimi tentativi del Partito democratico, alle precedenti elezioni è stato di proporre lo ius soli per i bambini nati in Italia, proposta che non è passata in Parlamento. Inoltre i pariti di destra erano pronti a fare le “barricate” per difendere la cultura italiana. La proposta dello ius soli può essere discussa, ma avrà in ogni caso i molti limiti, sia in ambito civile e sopratutto politico, che una proposta del genere possa suscitare. Ma lo ius culturae  assolutamente no! Esso prevede l’ottenimento della cittadinanza del  minore straniero, nato in Italia o entrato nel nostro Paese entro il dodicesimo anno di età; l’importante è che abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno in istituti o più cicli di studio o seguito percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali per conseguire una qualifica professionale. Infatti permetterebbe al bambino di non avere quell’ “inferiorità legale” che purtroppo spesso e volentieri si è venuta a creare. Da tenere conto che ormai non è più così strano sentire parlare con un accento milanese un ragazzo di origini cinesi, o in romanesco una giovane di origini pakistane. Infatti, la seconda generazione di mussulmani è integrata al contesto sociale. In attesa che la politica si decida, molti bambini aspettano con impazienza il giorno in cui potranno esibire orgogliosamente il passaporto italiano.

 

 

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