Racconti da Gaza (II parte): «La vittoria di essere ancora vivi»

«La ricerca di contatti era continua per avere sempre più chiara la situazione – mi raccontò Lela -. Rispondevo a tutti ma non riuscivo ad avere ciò che volevo, perché la maggior parte dei gazawi chiedeva soldi per vivere, dato che non possiamo dire che nei territori si navighi nell’oro, con le privazioni e le limitazioni che gli occupanti impongono».

La donna continua il racconto con tono sommesso e rilassato: «Avevo spedito molti messaggi e verso la fine di agosto ricevetti una risposta a una mia domanda del mese precedente; non fu la solita frase, la solita richiesta di soldi, ma un saluto». Si fermò, Lela, mi guardò fisso negli occhi, e poggiò la tazzina del caffè senza guardare l’azione che compiva. Io seguii la sua mano e all’improvviso: «How are you? We are in victory!». Era il messaggio che aveva ricevuto. Sentii la sua voce espressiva come se fosse stato lo stesso interlocutore della donna a dire quelle parole. Quella voce come se lei volesse dirmi: «Attento, ora è il momento principale del racconto».

«Il contatto era on-line –  continuò lei -. Rispondo semplicemente scrivendo: “I am fine thanks”». Poi, abbassando il tono di voce, aggiunse:«Pensai, quando lessi quelle parole scritte in inglese: vittoria di cosa? Per essere ancora vivi?».

Pensai a come ci si sente quando ci si trova di fronte a questa realtà. Non lo disse e io non chiesi, complice il breve silenzio e la continuazione del racconto, che s’incentrò su quest’uomo che le scriveva. E narrò: «Mohammad continuò a scrivere come se la sua risposta fosse nella normalità, scriveva dei fatti accaduti nei territori».

Mohammad è palestinese. Il contatto che lei tanto aspettava. Non era un ragazzo, come tanti che appaiono sui social, ma un uomo che cerca tuttora di sopravvivere all’inferno di Gaza. Chiesi di dirmi di lui. Lela mi guardò, un velo di tristezza coprì il suo sguardo mentre diceva: «Mi ha chiesto che voleva andar via da quell’inferno, avere una vita normale come gli altri nel resto del mondo».

«E tu cosa hai fatto per aiutarlo?» chiesi. «Ho tentato di tutto, ma non è servito a nulla, perché ogni visto chiesto da un palestinese, per il novanta per cento dei casi, la nostra Farnesina lo rifiuta».

Altro problema che purtroppo le persone in guerra devono affrontare, oltre alla continua sofferenza di non sapere come vivere il domani, è quello di non avere una chance per salvarsi, perché altri impediscono di vivere la tua vita. Una semplice vita.

Lela continuava il suo racconto non curandosi dei miei pensieri, che naturalmente ascoltavo solo io, e per non fermare la sua narrazione cercai di memorizzare il momento, per poi trascriverlo. E continuai a porre domande. Chiesi: «Ma allora non sei riuscita a fargli avere il visto?». E lei: «Corri sempre, tu. Se vuoi sapere della mia storia, devi ascoltare tutto con pazienza».

Lela non sapeva che dovessi ricordare tutto e scriverlo per  coinvolgere il lettore, ma non per un libro, bensì, per un giornale. Ma lei, noncurante, la prendeva alla larga: «Con Mohammad, dopo un po’ di settimane s’instaura un rapporto che va oltre Gaza, il Salento, la distanza che ci separa: siamo diventati molto amici, alla fine il contatto che cercavo l’ho trovato!». Ogni volta che le sue labbra pronunciavano quel nome le appariva un luccichio negli occhi. E proprio in quel momento mi disse: «Mohammad, mentre parlavamo di Gaza, mi chiese qualcosa che avrebbe cambiato tutta la mia vita».

(continua)

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