Trump verso la riconferma, la proiezione del Grande Pacificatore

11/02/2020 di Andrea Aufieri

“The Great American comeback” è lo slogan già pronto per dare seguito a quel “Make America Great Again” che aveva fatto trionfare Donald Trump contro ogni pronostico alle presidenziali del 2016. Ed è stato anche il mantra che il tycoon ha ripetuto con cadenza ipnotica al suo discorso sullo Stato dell’Unione del 4 febbraio, riscuotendo un consenso granitico che lo pone concretamente in vantaggio su chiunque possa essere il suo sfidante interno nei Repubblicani – onore al merito del kamikaze Romney per il suo voto a favore dell’impeachment – ed esterno nei Democratici.

Gli applausi scroscianti ottenuti parlando della bandiera americana presto conficcata sull’aspro suolo di Marte, mentre tentavano di raggiungerlo le urla e il pianto del parente di una vittima delle tante sparatorie da far west, che si verificano anche grazie all’eccesso liberale sul possesso delle armi negli Usa, resta un’immagine cinica e agghiacciante della china intrapresa dalla massima potenza occidentale, che sembra qui davvero esibirsi in un terribile canto del cigno.

Perché la settimana appena conclusa è stata ricca di simboli e fatti che anticipano una quasi ineluttabile riconferma del presidente il prossimo novembre, a dispetto di una rappresentazione mediatica italiana ed europea che lo dipingono come inadatto a guidare gli Usa. E in parte questo risultato è stato ottenuto con una radicalizzazione dello spirito americano che lascerà una totale devastazione, ma finché il suo attuale interprete sarà in scena, il suo popolo si godrà lo spettacolo.

Senza contare che, al pari del fumo negli occhi dei fruitori gettato dai media senza un reale costrutto, resterà l’altra proiezione, quella di un’opposizione imbarazzante.

L’impeachment per fatti gravissimi (abuso di potere e ostruzione nei confronti del Congresso) atti, tra l’altro, a subordinare la bandiera a stelle e strisce a quella dei rivali storici della Russia, con il riflesso dell’Ucrainagate, si è svolto senza la possibilità di far parlare testimoni chiave e si è concluso molto in fretta e in sordina con l’assoluzione del presidente.

La trionfale decantazione dei suoi successi, il 4 febbraio, ha raccolto un fermo immagine strepitoso: quello della dem Nancy Pelosi, rispettata speaker della Camera, che strappa la copia del discorso del presidente. Un gesto di dignità che è stato letto, però, come il riottoso capriccio di chi non ha altri argomenti degni.

Che dire, poi, delle primarie dei dem? Sono iniziate con il clamoroso fiasco del sistema elettorale al caucus dell’Iowa, generando un clima di rassegnata umiliazione. Forse peggio di quel che è accaduto, poi, con i risultati, perché il più “istituzionale” Joe Biden ha preso un’imbarcata in favore dell’outsider Pete Buttigieg e del radicale Bernie Sanders, ritenuto troppo “di sinistra” per poter ingaggiare l’elettorato. Ma era estremo anche Trump, si potrebbe obiettare. Certo, con grosse differenze sulla “percezione” della ricchezza possibile di ciascun individuo. Ciascuno, ovviamente, a scapito del prosssimo.

Abbiamo conosciuto Trump per i presunti disastri diplomatici, ma vediamone qualcuno alla lente.

L’amicizia con Putin. I due giocano a un ruolo delle parti che lascia di fatto la Russia libera di battere strike su alcuni settori geopolitici ed economici molto interessanti: dalla Siria al petrolio, al gas e alle rinnovabili, con un assetto interno che andrebbe analizzato nello specifico. I battibecchi tra i due vanno letti né più né meno come gli scambi al vetriolo di Peppone e Don Camillo.

La Corea del Nord. Trump ha blaterato e cinguettato tantissimo contro il folle Kim Jong-un, ricambiato dal dittatore. Ma l’americano resta il miglior antidoto alle follie del coreano, sempre che l’alleanza di Cina e Russia non riesca a trovare gli argomenti giusti per spostare questo equilibrio. Lo stesso Kim, però, sa bene che contrattare con gli americani gli lascia maggiore spazio di manovra.

L’Iran. L’uccisione di Solemaini doveva scatenare l’esplosione della polveriera mediorientale. Eppure il sanguinario pasdaran sembrava essere diventato un po’ troppo ingombrante per l’ayatollah e per i paesi che dialogano con l’Iran, che hanno scelto il basso profilo, come, inaspettatamente, i nemici del paese sciita, creando un insolito clima non ostile nell’area.

Israele. La più grande operazione diplomatica, diciamo così, di Trump è stata la presentazione del “Deal of the century”, che offrirebbe una soluzione a suo avviso duratura alla questione arabo-israeliana. Una spartizione territoriale che avvantaggia gli isrealiani, ma che non ha provocato le reazioni dure che ci si sarebbe aspettati dai nemici dei sionisti e dagli antiamericani. L’Iran sembrerebbe essere il sacrifico più grande per il silenzio sulla Palestina.

Insomma la polveriera mediorientale sembra avere le polveri bagnate, anche se il presidente Usa piuttosto che eliminare il barile potrebbe avergliene affiancati diversi e ben asciutti.

Cina. Con scarso tempismo sull’esplosione del nuovo coronavirus, gli Usa hanno siglato di recente gli accordi che dovrebbero calmare la guerra dei dazi con il Sol Levante. I critici hanno ritenuto che il contenuto fosse un po’ povero, ma l’attesa fase 2 potrebbe dare agli americani un largo vantaggio su un’economia messa in ginocchio dai devastanti effetti economici dell’epidemia.

Unione Europea. Trump ha dato fin troppo l’idea di come intende gestire i suoi rapporti con l’Europa: a suon di ricatti, perché questa è una regione ampiamente ricattabile, in preda a paure spesso infondate che stanno decretando l’ascesa dei sovranismi populisti. Il suo “divide et impera” con il Regno Unito ha portato alla Brexit, con la conseguenza di avvicinare molto di più gli inglesi ai cugini oltreoceano. Dazi minacciati, virtuali ed effettivi sono il principale argomento di discussione, invece, con l’Unione Europea: hanno lamentato la situazione alcuni europarlamentari messi alle strette per far saltare gli accordi sul nucleare iraniano; più o meno quanto accaduto su ferro e alluminio e soprattutto sui diritti delle big corporations che depredano i diritti intellettuali europei lasciando le briciole sulle royalties. Un modus operandi che sembra dare i suoi frutti senza troppa rappresaglia.

Economia interna. Come spesso accade negli States, però, i motivi che lasciano presagire una rielezione quasi scontata sono soprattutto interni, e troppo poco indagati dalla nostra stampa.
La Federazione usciva da un periodo di recessione che richiedeva soprattutto una decisa crescita in economia, perché con Obama questa aveva risposto in modo efficiente alla grande crisi del 2008, riassorbendo la disoccupazione generata, ma come le storiche dinamiche Usa pretendono, occorreva dare un forte impulso alla locomotiva.

Tutto questo è successo sotto Trump? Sì, rielezione vicina. Perché? Un difficoltoso lavoro di relazioni diplomatiche (molto spinose) ha portato a una sostanziale rinegoziazione dei rapporti di commercio internazionale. Per farlo è stato necessario incarnare la maschera che meglio gli riesce: quella del toro che forza i limiti senza guardare in faccia a nessuno e per l’esclusivo interesse del popolo americano. I frutti saranno raccolti nel breve periodo, lasciando aperta l’ipotesi di manovre militari che come sempre danno impulso alla motrice a stelle e strisce, sebbene tradirebbero in questo modo l’assunto di fondo del neutralismo trumpiano. Di facciata, se rileggiamo quanto detto e anche in base ai nuovi accordi firmati dal presidente, che hanno poi portato a effetti come un aumento sostanziale di bombe sganciate, soprattutto in Afghanistan, e attacchi di droni.

Gli altri aspetti di maggior successo in economia interna sono senz’altro l’alleggerimento fiscale e la deregolamentazione del dirigismo economico, che hanno fatto lievitare il sistema americano, in particolare nell’incremento deciso della produttività. Insieme con la Federal Reserve, Trump ha lasciato intendere che il piano per i prossimi quattro anni sia quello di lasciare i tassi sotto zero, finanziare la liquidità e rimonetizzare il debito.

Il migliore acquisto, insomma, nel breve periodo, per gli americani dal reddito medio-alto, con conseguenze non troppo rosee per il resto del mondo.

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