Tortellini, Crocifissi e musulmani

03/10/2019 di Redazione

di Muhammad Muddaththir Silvio Giuseppe Maria Gualini*

Una delle offese più gravi che si possano rivolgere ad una persona riguarda la sua capacità di comprensione e questo è tanto più grave quando questo genere di offesa viene ripetuto più volte anche se sotto forme diverse. Ed a mio avviso l’offesa è ancora più cocente quando viene fatta ad un vasto gruppo di persone. Alcuni di costoro pare anche ci provino gusto ad essere presi in giro. Come musulmano non mi è possibile attribuire intenzioni ma fare delle valutazioni dopo gli sbarchi, i crocefissi, il velo delle donne ed ora anche i tortellini: serve dissipare il fumo che si sta creando perché fomenta un odio che cova sotto le ceneri e lo si tiene pronto per farlo esplodere alla bisogna.

Scenario a cui tutti hanno assistito pochi mesi or sono. Il bello poi è che le problematiche non sono mai state suscitate dai musulmani, ma sempre da qualcuno che si erge a paladino di cause per lo più inesistenti.

Innanzitutto i musulmani hanno vissuto in Europa per secoli ed hanno lasciato impronte indelebili nelle scienze, nelle arti e nei nomi e cognomi che sono di chiara derivazione Araba. Come si può negare che un’intera città, Bari, ha il nome di uno dei 99 attributi divini? Al-Bari: Colui che crea dal nulla, ma anche Colui che crea di nuovo da ciò che è stato creato sia nel dominio fisico che spirituale. E forse Bari non è stata definita in passato la “Milano del Sud” per l’industriosità dei suoi cittadini, che creano e ricreano? Amo vedere film storici. Una delle scene che amo di più è quella del film “Le Crociate”, di Ridley Scott: quando Salaahuddin Al-Ayyubi entra in un palazzo di Gerusalemme (proprio il 2 ottobre 1.187 d. C. il grande condottiero entrò in quella città) e rimette su un tavolo un Crocifisso trovato abbandonato per terra caduto ai cristiani che evacuarono la città avendo tutti ottenuto un salvacondotto (per la cronaca 88 anni prima i Crociati vi entrassero avevano massacrato tutti i musulmani, vecchi, donne e bambini compresi). Quel semplice gesto voluto e diretto da un regista non certo tenero con i musulmani sintetizza come la pensano i musulmani veri sul Crocifisso.

Ma che cosa è un Crocifisso? Un Crocifisso è una rappresentazione simbolica che ha una doppia valenza: una per i cristiani ed una per i musulmani. Come disse un grandissimo sufi, lo sceicco Elish El-Kebir:«I Cristiani hanno la Croce come simbolo mentre i Musulmani ne conoscono il significato profondo».

Per i cristiani è il simbolo del sacrificio, dell’annullamento individuale per la salvezza dei seguaci del Cristo che è visto come uomo universale e solo dopo la pretesa risurrezione è visto dai cristiani come figlio di Dio. Per i musulmani la Croce è la proiezione sul piano a due dimensioni di un’altra, tridimensionale, a sei braccia che rappresentano le tendenze positive al Divino, le tendenze negative al peccato e le tendenze espansive che ostacolano sia l’ascesa che la caduta ma non portano beneficio alcuno. Nella riduzione a due dimensioni le tre direzioni rimangono inalterate e coincidono con quelle riconosciute nell’Islam e nel sufismo. Il punto di incrocio delle sei braccia è il punto di massimo equilibrio fra tutte le tendenze e colui che vi è posizionato è come il mitico Ercole in equilibrio dinamico fra la virtù ed il vizio, dominatore delle condizioni della nostra manifestazione terrena: lo spazio ed il tempo. È l’uomo perfetto (Insan al Kamil) ed è la meta agognata del viaggio terrestre individuale, meta che è meglio raggiungere da vivi, morendo a noi stessi secondo la meravigliosa tradizione (hadith):«O voi che credete! Morite prima di morire!».

Infatti il morire prima di morire implica non una morte fisica ma l’equilibrio ed il conseguente annichilamento di tutte le forze cui ognuno di noi è sottoposto. Esiste un detto popolare nostrano che si usa quando ci si rende conto di essere sottoposti a severe tensioni: «Essere messi in croce». In realtà ognuno di noi è sempre e costantemente “messo in croce”. La pace (pax profunda) si raggiunge al centro della croce, dove si posiziona ognuno di noi e quello che ci insegna l’Islam è che ognuno di noi può potenzialmente raggiungere quella posizione, non già come figli di Dio ma come creature di un unico Creatore munifico e misericordioso, ed è per questo motivo che ognuno di noi deve affrontare la morte fisica, alla quale dobbiamo sottrarci ben prima che arrivi, per ottenere la “vita perenne” (non eterna perché l’eternità compete esclusivamente a Dio, che è As-Samad). Ne viene fuori che la croce può unire cristiani e musulmani e solo idioti ignoranti (sia in campo cristiano che in quello musulmano) possono vederne terreno di scontro. Semmai lo scontro fra culture diverse dovrebbe essere sulla presenza di una figura umana sulla Croce che, soprattutto a chi è nato nell’Islam può dare fastidio ma dev’essere tollerata per rispetto ad un credo diverso.

Vi è però un aspetto sottile che nulla toglie alla simbologia che accomuna cristiani e musulmani. Questo è un aspetto delicato che in realtà differisce nelle due religioni. Infatti, stando alla narrazione del santo e glorioso Qur’an Karim, il traditore di Gesù deve far uscire fuori dalla capanna dell’orto del Getsemani il Cristo. Ma Gesù viene salvato da Allah e portato dagli angeli, vivo ed umano, nel terzo cielo del Paradiso, da dove verrà fatto discendere per uccidere l’anti-Cristo (dajjal-rajeem) negli ultimi tempi. Intanto Allah fa assumere al traditore, rimasto solo nella capanna, le stesse sembianze di Gesù ed i soldati lo arrestano scambiandolo per Gesù. Nella tradizione coranica è quindi il traditore colui che muore sulla croce. D’altro canto il Vangelo di San Giovanni nel descrivere la scoperta del sepolcro vuoto riporta che il discepolo prediletto «vide i lini e credette». Ma non si dice in cosa credette, la frase si ferma al predicato. Se però si fa un passo indietro si scopre che nell’ultima cena Gesù confida allo stesso discepolo che lui sarà tradito; non solo, ma gli anticipa chi lo tradirà. Constatando che il volto impresso nei lini era quello del traditore, il discepolo prediletto credette che Gesù fosse vivo nel Regno dei Cieli. Questa è una interpretazione logica, ma personale e non polemica di fatti avvenuti duemila anni fa e riportati oltre quaranta anni dopo il loro accadimento.

A riprova che la madre dell’idiozia non è mai morta, un tentativo di distensione venuto da un cardinale di santa romana Chiesa, il quale ha tutti i diritti di baciare la Croce che porta in evidenza, viene subito ribaltato – ad uso gonzi – come elemento di divisione. Non solo da politici ma anche da sedicenti giornalisti. È stato, quello dell’arcivescovo di Bologna, un tentativo di far condividere parzialmente e formalmente una prelibatezza locale altrimenti vietata ai musulmani. Ironicamente anche la soluzione offerta non permetterebbe egualmente l’assaggio a musulmani di stretta osservanza perché il pollo che rimpiazza la carne vietata per essere mangiato da musulmani deve essere halal, cioè macellato nel santissimo nome di Allah glorificato e il suo sangue deve essere fatto defluire completamente prima di essere cucinato. Quindi, a ben vedere chi ha suscitato la “polemica del tortellino” in realtà ha scambiato haram per haram, dimostrando, se ve ne fosse bisogno, quanto sia idiota prendersela con realtà che non si conoscono. Sarebbe meglio che certi “baccaglioni” si interessassero di più al fatto che negli Usa un piatto di tortellini autentici (non quelli per musulmani), irrorati con tanto di Parmigiano reggiano, fra poco se lo potrà permettere solo un miliardario o chi potrà fare un leasing dei tortellini: questo è sì un problema serio per questa nazione. Ma la politica italiana ha cessato da parecchio d’essere seria e fra le altre cose lasciando svendere all’estero interi complessi industriali, vanto di un passato molto più glorioso del presente.

*presidente di Jamia al Karam Italia

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