Sanremo e la percezione nazionalpopolare dell’Islam

04/02/2020 di Andrea Aufieri

Era già successo lo scorso anno, quando la canzone “Soldi” del trapper Mahmood, dal nome che appariva eloquente e con versi che rimandavano al Ramadan, nonché con una strofa in arabo, faceva andare di traverso la cena all’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, vincendo l’edizione 69 del Festival di Sanremo. Quando poi il ragazzo andò a rappresentare l’Italia all’Eurosong Vision Contest, organizzato lo scorso anno in Israele, vennero fuori diverse polemiche legate al fatto che lui dichiarasse di essere cristiano, oltreché italiano, come la madre, e non egiziano come il padre, perché l’Egitto non l’ha mai visto.

Aggiungiamo, per inciso, che Soldi è stato il brano più ascoltato di sempre sulla piattaforma Spotify, raggiungendo un successo e una notorietà fuori dal comune.

Per mesi Mahmood ha subito critiche più o meno nel merito della canzone, più o meno nel merito della sua presunta provenienza, più o meno nel merito del suo credo religioso. E prima che fosse costretto a dire di sentirsi italiano e di essere cristiano, nel 2019 – ripetiamo – e  in un paese europeo, il problema che lui rappresentava era quello di lasciare aperti spiragli anche solo a un’idea di multiculturalismo. Questione che purtroppo l’assenza di una giurisprudenza adeguata contribuisce a rendere attuale e dolorosa, nonostante la realtà dei fatti sia andata già molto oltre.

Questa volta il settantesimo festival neanche è cominciato, ma il punto dell’ombelico in cui guarda la maggior parte degli italiani è rimasto lo stesso. Persino il governo è andato avanti, ma la subcultura diffusa, vuoi perché numerosa, vuoi perché rumorosa, tutt’al più è arretrata. Non un sussulto per guardare avanti. Soggetto dello scandalo, stavolta, la giornalista Rula Jebreal.

La questione del suo ingaggio per il festival, che prenderà il via stasera, ha tenuto banco per oltre due mesi, rinfocolato dapprima dalle sacche di resistenza della dirigenza rai fedele all’ex ministro, poi per l’incredibile (e magari montata ad arte) débacle del direttore artistico e conduttore, Amedeo Umberto Rita Sebastiani, al secolo semplicemente Amadeus, in una delle più imbarazzanti conferenze stampa di presentazione di sempre.

Rula Jebreal è colpevole, a prescindere, di un sacco di cose: sarebbe musulmana, non è bianca, è una giornalista, ha opinioni molto critiche rispetto alla politica italiana e poi, cosa più grave di tutte, in un paese europeo, nel 2020, è una donna. Orrore.

Che sia o no musulmana, cosa che non è ancora stata “costretta” a chiarire, non cambia nulla. Nella percezione degli italiani lei è una minaccia: “È sorprendente che possa partecipare ad un Festival che rappresenta la cultura popolare del nostro paese chi fino a poco tempo fa definiva gli italiani razzisti e l’Italia un paese fascista su giornali stranieri come The Gaurdian”, aveva commentato all’AdnKronos il consigliere Rai Giampaolo Rossi. “Aspettatevi un Sanremo pro clandestini, pro islam, pro lgbt, pro utero in affitto, pro sardine, pro investitori d’auto (purché con suv)”, la dichiarazione ignorante di Marco Gervasoni, professore dell’Università del Molise. I “professoroni” danneggiano sempre Salvini, anche quando stanno dalla sua parte, è incredibile.

Anche in questo caso la tempesta di fango si è abbattuta sulla giornalista tramite i social. Così è, fotografia di un paese ignorante di tutto, anche di sé stesso.

Vero, sono stati lanciati gli hashtag per boicottare il festival: #boicottasanremo, oppure #iononguardosanremo. Ma c’è una considerazione da fare: finché questa manifestazione avrà la forza dei numeri e dei contratti pubblicitari che le si offrono, resterà una delle più potenti espressioni del sentimento nazional-popolare. Una roba molto difficile da fare adesso per la televisione; una roba che in Italia è sempre un ibrido piuttosto indigesto di cose rese morbide e friabili, idee rassicuranti, zone di confort dove coltivare il sentimento d’orgoglio verso un’idea di paese che non si sa bene dove appoggi, ma risponde sempre con ottimi numeri.  Non sta a me nominare il concetto di “audience development”, e di tentativi di guidare gli ascoltatori verso una maggiore crescita e una direzione culturale più impegnata e complessa. Ma boicottare senza dibattere, senza tenere alte l’attenzione e il confronto sarebbe produttivo? O si andrebbe sempre più verso l’assenza di momenti collettivi tali da far arrivare qualche questione fondamentale in cima all’agenda del Paese? Potreste obiettare che non è quello del festival il giusto terreno di confronto. Sebbene mi piacerebbe concordare con questa obiezione, risponderei di rivedere un po’ la storia della nazione, almeno dal dualismo Coppi-Bartali in poi.

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