Rien ne va plus, riflessioni sulla morte (2)

25/01/2020 di Redazione

(segue)

Del Dr. Pir Muhammad Muddaththir Silvio Gualini Chishti Nizami

La lapide sulla tomba del fine poeta Urdu Ehsan Danish (1914 Lahore, 1982), Rahimahu Allah , che riposa nel cimitero di Miani Sahab noto anche come cimitero di Chau burji a Lahore, in Pakistan, riporta due sue rime che recitano pressappoco così: “ Da Musulmano non temo la morte, perché essa è Sunnat del mio Profeta صلى†الله†عليه†وسلم”. In altre parole Danish, Rahimahu Allah , esprime una tautologia: se la morte è stata la regola di vita del mio Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†Sun nat è appunto la regola di vita del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم), che è stato inviato come Misericordia per tutti gli esseri viventi su questa terra, e pure il Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†stesso ha tastato la morte, come posso io, Danish, temere la morte?

Ed ognuno di noi è Danish! In effetti non è la morte in se stessa che dobbiamo temere ma è il Padrone della Morte che dobbiamo temere: Allah non ammette ignoranza e questo giustifica ampiamente tutte le tradizioni profetiche ( ahadith ) sull’acquisire conoscenza. Chiunque abbia un minimo di conoscenza Islami ca non può non temere Allah, anche se Egli farà prevalere la Sua Infinita Misericordia sulla Sua Infinita Collera hadith Qudsi )). Vi può infatti essere il caso di un infante che si affaccia alla vita terrena e la lascia dopo pochi istanti senza aver avuto il tempo di “me ttersi in gioco” essendo ritornato a Dio prontamente; oppure ancora il caso di chi ritorna all’Islam all’ultimo momento e sintetizza tutta la conoscenza universale recitando la professione di fede, cioè testimoniando che non vi è altro dio che Allah e che Muhammad صلى†الله†عليه†وسلم†è il Suo Ultimo Messaggero. L’Inviato di Allah صلى†الله†عليه†وسلم†ha detto che esistono due tipi di morti, vi sono quelli che spronano coloro che li portano alla tomba volendo pervenirvi il più presto possibile, mentre ve ne sono altri che angosciati chiedono do ve stanno andando e non vorrebbero arrivarvi mai.

Appunto perché la destinazione finale di ognuno di noi è abbandonare questo basso mondo, l’Islam mette a disposizione del fedele svariatissimi atti di adorazione anche dopo la dipartita. Vi sono varie tradizioni profetiche in merito. A tal proposito è risaputo che il Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†parlò alle tombe dei nemici morti nella battaglia di Badr, così come salutò i suoi compagni martiri, Radi Allahu Ta’ala Anhum , nella stessa battaglia, e questo accadimento fu una sorpresa per i suoi compagni, Radi Allahu Ta’ala Anhum . Il Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†chiarì che il popolo delle tombe può ascoltare i vivi, e questo è vero a tal punto che il Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†vietò per quanto possibile di fare scene isteriche sulla tomba dei mor ti permettendo un pianto sommesso e piangendo egli stesso صلى†الله†عليه†وسلم†sommessamente, come fece per la morte dei suoi amati figli maschi, tutti morti in giovane età, Radi Allahu Ta’ala Anhum . Egli صلى†الله†عليه†وسلم†giustificò il divieto dicendo appunto che gli abitanti delle tombe sentono i propri cari disperarsi per la loro perdita e soffrono terribilmente questa situazione. Per contro coloro rimasti in questa vita possono contribuire per il defunto al miglioramento delle condizioni nel mondo a venire (noto anche come il “ mondo di v erità ” perché la menzogna colà è impossibile) inviando speciali preghiere e le letture parziali o complete del Santo e Glorioso Qur’an Karim. Una tradizione per esempio dice che la preghiera di un figlio per il proprio genitore appena sepolto contribuisce ad inviarlo quantomeno in uno stato paradisiaco, tale è il potere della preghiera per i defunti Musulmani. Similmente si dice che se il defunto riceve l’attribuzione di settantamila professioni di fede ( kalimatun ) prima di entrare nella tomba Allah lo farà accedere al Paradiso senza porgli domande sulla sua vita terrena. Addirittura esiste una tradizione per cui il Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم conferì una speciale recitazione ( wazaif ) a suo genero H azrat Uthman Ghani, Radi Allahu Ta’ala Anhu , (il terzo Califfo ortodosso dell’Islam) per cui uno che la reciti per sempre quotidianamente cento volte nel giorno del Giudizio potrà intercedere per settanta suoi parenti, oltre ad altri nove benefici personali. Molte sorelle e molti fratelli ritornati all’Islam dal Cristianesimo o da altre Religioni si trovano interdetti su una questione abbastanza difficile da accettare per molti, specie se si rimane “attaccati alla lettera e non si è capaci di andare oltre ad essa.” Si tratta del fatto che viene fatto esplicito divieto ai Musu lmani di pregare sui non Musulmani. Quanti ritornati all’Islam hanno dovuto vincere contrasti famigliari e vedere i propri cari passare ad altra vita ed affrontare la loro morte e non poter recitare ad esempio quanto suggerito nel capoverso precedente (qua lche sprovveduto pensa che ritornando Musulmano uno rinneghi i vincoli famigliari e la religione di nascita mentre quest’ultima viene integrata nell’Islam).

(continua)

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