Ragazzo arrestato in Egitto, aggiornamenti e dubbi

11/02/2020 di Andrea Aufieri

Ragazzo arrestato in Egitto

In queste ore l’Unione Europea ha deciso di intervenire direttamente con una sua delegazione al Cairo sul caso di Patrick George Zaki, attivista egiziano residente a Bologna e arrestato la scorsa settimana al rientro per una vacanza nel suo paese. Attraverso il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae), l’organismo che gestisce le relazioni diplomatiche dell’Ue con altri Paesi al di fuori dell’Unione, guidato dall’Alto rappresentante Josep Borrell. Dal portavoce, Peter Stano, interpellato dai giornalisti a Bruxelles, arrivano rassicurazioni sul fatto che il Seae è “al corrente del caso” di Zaki e lo sta “valutando” con la sua delegazione al Cairo. In caso necessario, assicura, saranno intraprese “adeguate azioni. Appena avremo raccolto più informazioni saremo in grado di dire qualcosa di più concreto”. L’Unione europea “sta cercando di stabilire tutti i fatti, e se sarà necessaria un’iniziativa l’Unione sosterrà in pieno le autorità italiane”. “In generale – ha aggiunto il portavoce – posso dire che l’Ue segue le questioni che riguardano i diritti umani molto da vicino, e continuiamo a sollevarle con i nostri partner egiziani, e appena avremo abbastanza informazioni solleveremo anche questa”.

Sono passati quattro anni dal brutale assassinio di Giulio Regeni in seguito a torture e senza alcuna chiarezza sui fatti. Proprio in questi giorni i suoi genitori hanno sottolineato come gli affari italiani in Egitto (la vendita di navi, elicotteri e aerei per un valore di oltre 9 miliardi di euro) non denotino una grande volontà di perseguire i mandanti dell’omicidio Regeni e l’intervento dell’Ue nel caso Zaki, giustamente accostato a quello del ricercatore triestino, sembra una cosa positiva.

Ma nella speranza che questa volta la storia possa concludersi diversamente, nonostante sembra assodato che il giovane egiziano abbia subito torture, molti interrogativi restano sul tavolo.

L’interesse mediatico, anzitutto, è una grande cosa e bisogna ringraziare sia Amnesty International, nella figura del suo portavoce Riccardo Noury, per aver acceso un faro sulla vicenda. Non vogliamo dire nulla sull’ipotesi che Zaki avesse potuto chiamarsi Al o Muhammad e magari rappresentare un esempio positivo per tutti quelli che attaccano i musulmani nel paese accostando gli antisionisti agli antisemiti.

Patrick George Zaki è un’attivista di 27 anni dell’associazione per i diritti umani Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), che tornava in Egitto per una breve vacanza nella sua città natale, Mansoura, qualche decina di chilometri a nord del Cairo. Quando è atterrato all’aeroporto era casualmente al telefono con i suoi e ha potuto descrivere la situazione fin quando non è stato trasferito dapprima in una sala di controllo della struttura, per poi comparire nuovamente 24 ore dopo in procura nella sua città natale. Qui, secondo i suoi avvocati, sarebbe stato interrogato sul suo lavoro di attivista, accusato di aver complottato per il rovesciamento di al-Sisi,  minacciato, picchiato e sottoposto a scosse elettriche. Secondo le leggi egiziane, infine, può essere detenuto preventivamente per altre due settimane.

Sul suo capo pendeva un mandato d’arresto sin da settembre, ma il giovane non ne era al corrente. Proprio sulla questione si annidano i dubbi più grossi, sul caso in sé e sul ruolo dell’Italia: a settembre il ragazzo si trovava in Italia. Come avrebbe compiuto i reati di cui è accusato? Come era controllata la sua attività? Era spiato con mezzi elettronici? Cospirava su internet oppure offline? Se era spiato, in che modo era spiato e come si è potuto permettere che lo spiassero?

Una qualsiasi risposta a queste domande, se l’Italia volesse farlo, potrebbe portare a un impegno concreto per la sua scarcerazione. Chissà se l’Europa schiarirà le zone d’ombra tricolori, ma questo sembra essere davvero un problema italiano.

 

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