Racconti da Gaza (VI parte): Arrivo ad Erez

Lei era sempre poggiata sullo sportello della sua auto, che sembrava fungesse da poltrona, ed io in silenzio, in continuo movimento, un po’ con la mano destra sul tettuccio per sostenermi, un po’ di fronte a braccia conserte o in tasca o accarezzandomi la barba in maniera frenetica, non ho più detto una parola. Non riuscivo a interromperla. Nè lei voleva essere interrotta. Aveva voglia di dire tutto e liberarsi.

Lela fissava me, il cielo, guardava per terra. Il suo sguardo era sempre da qualche parte come cercasse di rivivere in un punto ben preciso che solo lei percepiva, la sua storia. «L’autobus era fermo da cinque minuti e nulla si muoveva, ma  solo il chiacchierio fastidioso di quei ragazzini in divisa – raccontà -. Io fissavo in avanti, ma avevo gli occhi che cercavano di capire cosa volessero quei due vicino a me, non mi accorgevo della strada percorsa dal mezzo di locomozione; all’improvviso si aprirono le porte davanti a me e fece capolino un altro elmetto verde oliva che mi fissò, disse qualcosa nella sua lingua e gli rispose il tizio alla mia sinistra, e capii solo «italiana», il suono della parola era simile».

La guardai con gli occhi spalancati e lei: «Eh sì, senza che io dicessi nulla, a quanto pare già sapevano chi ero e dove stessi andando, e questa cosa mi preoccupò perché sapevano del mio intento di andare a Gaza, ma mi rassicurò, perché essendo europea, un po’ più di riguardo nei miei confronti me lo aspettavo».  Poi il sorriso nervoso di Lela, che continuò a narrare:«Visto come sanno tutto di tutti immediatamente, questi? Immagina tu come si vive in West Bank, con gli occupanti che s’impicciano di tutto quello che fai. Insopportabile, e dicono di essere liberi e democratici…».

Come darle torto? Immaginate se qui in Italia, un poliziotto o soldato che controllano ogni tuo passo e sapessero le intenzioni di tutti noi…

Lela sollevando le sopracciglia e inspirando intensamente con il naso, muovendo la testa continuò: «Di questi posti era disseminato tutto il tragitto sino ad Erez. Ogni tanto l’autobus si fermava, porte aperte e solita testa a chiedere. Ormai ci avevo fatto l’abitudine e contavo ogni posto di blocco, scommettendo con me stessa che ce ne sarebbe stato un altro prima della fine del mio viaggio. Finalmente vedo il mare e sento di essere vicina, il cuore inizia a darmi forza e all’improvviso mi dimentico dei miei controllori, perché riesco a vedere il valico. “Finalmente!” penso ad alta voce, perché vedo lo sguardo del conducente  attratto dalla mia voce e il soldato alla mia sinistra scomporsi in un movimento frenetico che lo rizza su stesso».

Allora pensai che Lela, la mia interlocutrice, mi avrebbe raccontato finalmente  del suo ingresso a Gaza. Il mio viso cambiò espressione, lei se ne accorse e con un ghigno ironico e muovendo la mano verso il basso, mi spinse esortando: «Aspetta: ora viene il bello…». Una battuta detta in dialetto, e questo suo esprimersi ironicamente mi fece perdere la positività. Narrò:«Scesi dall’autobus e notai che solo quello alla mia sinistra, seduto all’interno, mi seguiva a distanza di circa quindici metri, fino a quando non mi avvicinai ad un grande stabile di due piani che copriva tutta la visuale, sembrava costruito apposta, per non farti vedere cosa ci potesse essere all’interno del recinto. Sì, perché tutto era recintato: hai presente i campi di concentramento? Lo stesso». Quell’ultima parola fu detta con tale forza che anch’io provai rabbia, sapendo che dietro quei recinti c’erano esseri umani, che per loro sfortuna sono nati lì dentro e ci rimarranno. Rinchiusi dai loro occupanti che si sono impossessati di un’intera nazione. Lela continuò: «Mi sono avvicinata al primo tornello, sono andata oltre e mi sentivo pervasa da gioia, ma un velo scuro di angoscia mi pervase quando vidi arrivare a sbarrarmi la strada un altro soldato. Mi trattò con sufficienza e con tono altezzoso, come se io fossi nullità, mi chiese perché fossi lì e cosa volessi fare. Stavo per chiarirgli il motivo del viaggio, ma lui mi interruppe chiedendomi il passaporto, mi fece cenno di stare zitta e andò via con  i miei documenti . Secondo te, come stavo io in quel momento?».  Stavo per risponderle, ma Lela riprese:«Immagina, come mi sia sentita, quando ho visto tornare di buon passo il soldatino con il ghigno sulle labbra, grande ghigno di soddisfazione e fermandosi di fronte a me scandendo bene e lentamente le parole mi ha detto:” No, you don’t come in”. E mentre me lo diceva  mi faceva cenno di no». Lela mi guardò in silenzio per un attimo, poi ripetè: «Mi ha detto di no. “Tu non entri, torna da dove sei venuta”».

(continua)

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