Racconti da Gaza (IX parte): “L’anniversario desiderato”

Incontro Manuela per l’ultima volta in veste di cronista, abbiamo deciso di terminare i suoi racconti con quest’ultimo, che dividerò in due parti. Ci sarebbe altro da dire: come si vive sotto i bombardamenti, le sensazioni che si provano, come ci si sente straniero in Gaza, i rapporti dei gazawi con gli stranieri e gli occupanti, i viaggi in incognito dall’Egitto a Gaza per non sembrare europea e rischiare con quei maledetti del daesh, i problemi che ci sono per far rientrare Mohamad in Italia.

Tanto, ma il lettore dopo un po’ si stanca, anche perché, per esempio non possiamo raccontare della “Marcia del Ritorno”, si rischia da entrambe le parti: palestinese e israeliana. Al suo ultimo check out a Heretz e poi a Tel Aviv l’hanno tenuta un’ora al primo e un’ora al secondo per controlli, domande e le solite paranoie di chi occupa un territorio illegalmente. Sappiamo benissimo cosa fanno a chi vuole entrare o uscire da Gaza o semplicemente a chi è per i diritti dei palestinesi.

Finiamo l’ultimo incontro per DM con un racconto felice, per quanto possa esserlo a Gaza con i rischi che si corrono. E’ una di quelle storie comuni nel mondo arabo, lo si vede nei filmati postati nei vari social, che per alcuni di noi, nel mondo occidentale, possono sembrare un po’ eccessivi, anacronistici, superflui o anche eccessivi. Sono cosi è tradizione. Basta vedere le feste della nascita dei figli o dei matrimoni. Manuela ci racconterà cosa è accaduto al suo anniversario di matrimonio, che, come ci dirà, sostituisce in fondo la festa non avuta all’atto del fatidico “si lo voglio”.

Mentre ci dirigevamo al nostro solito bar proprio sotto Porta Napoli a Lecce, esordisce: “Ti racconto cosa mi è successo il giorno del mio anniversario.”, mi sorride e mi fa segno con la mano verso il tavolo dove vuole sedersi, proprio dove si posa un raggio di sole. “Mi chiama e mi dice di scendere che il taxi è arrivato e di portarmi l’hajab che andremo a Gaza.” La guardo e rido, perché so che non sopporta queste imposizioni, e sbuffando continua facendomi segno di stare zitto: “Ah non iniziare per favore, ogni volta con questo hajab, perché se no la gente parla, te l’ho detto, sembra di rivivere i tempi di mia nonna, dove si stava più attenti alla voce di popolo che quella della famiglia.”

Mi siedo, con il viso verso il sole, accendo il microfono del telefono e la lascio parlare. “Arriviamo a Gaza vicino la nostra solita pasticceria, mi lascia in macchina e vedo che sparisce dietro la porta della stessa, e io ferma li, speravo in una cena o un qualcosa in due, per avere quell’intimità in ricordo dell’anniversario di matrimonio, invece, mi lascia immobile in macchina; scende e mi dice che ha ordinato la torta, che passeremo a prendere tra un’ora e poi a casa con la famiglia a festeggiare; addio cena in due.”

Gli voglio chiedere del matrimonio e lei non curandosi di me non accenna a fermarsi: “Ripartiamo con la macchina, direzione lungomare di Gaza; scendiamo, passeggiamo qualche minuto e incontriamo un suo cugino seduto ad un tavolino di un chiosco che beveva caffè, ci invita e, con mio disappunto Mohammad mi fa accomodare e ci fermiamo li a bere il solito caffè o il solito tè, con altre persone, che non volevo ci fossero.”

La blocco con la scusa dello zucchero e gli chiedo: “perché non hai festeggiato il matrimonio?”. Lei con fare veloce mi dice: “Dopo, dopo, fammi finire!” Che gli posso dire no? “Ad un certo punto si alzano e mi dicono di seguirli, verso un altro taxi che ci aspettava, Raffaè a Gaza esistono solo taxi, e quanti, e non immagini come camminano, altro che Napoli!”. La interrompo: “Ti ricordo che ho vissuto in molti paesi arabi, e conosco, conosco come guidano.”

Ride e mi fa segni di non interromperla, perché un po’ si vergogna di quello che deve dirmi dopo. Bè, se si vergogna, dopo che avrete letto, credo dovrà nascondersi, visto che un po’ di gente saprà di questo.

“Torniamo alla pasticceria, Mohamamd scende, entra nel locale e dopo neanche un minuto riappare, mi fa segno di seguirlo e indossare l’hajab e capisco con i suoi gesti, che devo tenerlo fino a che non saliremo su delle scale all’interno della pasticceria; ecco mi è subito venuto in mente ciò che non volevo, ho guardato lui con occhi sbarrati a dire no, ti prego non mi dire che hai fatto ciò che immagino!”

Mi guarda, muove la testa leggermente a destra e a sinistra socchiudendo gli occhi e toccandosi la fronte se ne esce con una classica espressione salentina: “Ohi mè, nu poi capire!” Tradotto: “Oddio non puoi immaginare”.

Io scoppio a ridere, perché so già cosa cosa mi avrebbe detto, come scritto all’inizio, il web è pieno di queste immagini. Rido e gli dico: “Eh no, ora continui, voglio sapere tutto!”

(continua)

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