Racconti da Gaza (IV parte): «Viaggio da sola»

La passeggiata fu breve all’apparenza, perché ciò che mi raccontò Lela prese tutta la mia attenzione e persi cognizione di tempo e spazio. Ne approfittai, era in partenza per Gaza, e chissà quando l’avrei rivista. Le domandai come aveva fatto a dialogare in Palestina, poiché non conosceva l’arabo e neanche l’inglese. Lei, senza scomporsi: «Gesti e mezze parole: con gli arabi non ho avuto problemi, ma solo con gli arabi». E guardandomi sollevò le sopracciglia storcendo le labbra, arcuandole verso il basso e allo stesso tempo muovendo la testa a destra e sinistra come un pendolo.

Sorrisi. La sua prima avventura sarebbe durata pochi giorni. Ha dovuto fare in fretta, perché a Tel Aviv, la polizia aeroportuale, con molta poca gentilezza, le aveva riservato il “terzo grado” e modificato la scadenza del suo visto da tre mesi e dieci giorni, solo perché, spiando fra i social, avevano letto della sua simpatia verso la causa palestinese.

Pensai ad alta voce, ironizzando: «La libertà di opinione ed espressione è ben rispettata in alcuni Paesi, vero?».  E guardai lei che annuiva facendo un grande respiro. «Ero di base a Nablus da un’amica italiana che era li da molto tempo per aiutare i palestinesi – raccontò-. Lei mi sconsigliò di andare a Gaza, perché era quasi impossibile che facessero passare un europeo dall’altra parte. Io, però, ho la testa dura». E indicò con orgoglio la sua testa con l’indice della mano destra, picchiettandosi sopra le tempie.

«Alle 7.30 presi l’autobus indicatomi per Ramallah, e ne fui certa, perché una volta salita, un signore chiese in inglese all’autista: “È questo l’autobus per Ramallah?”. La risposta fu: “In sha Allah”. Rimasi sorpresa, che voleva dire con quella frase? Lo capii molto tempo dopo: deve veramente affidarsi alla sorte e a Dio, ogni volta, un palestinese che si sposta o deve iniziare qualcosa in Palestina. Non sai mai se porterai a termine ciò che hai iniziato».

La guardai e le  dissi: «Ma noi musulmani diciamo sempre ” In sha Allah”, è un nostro modo di affidarci a Dio». Lei: «Può essere, ma devi essere lì per capire». Questo cocnetto mi lasciò perplesso e allo stesso tempo incuriosito e le feci cenno con la mano di andare avanti nel racconto.

«Nablus, Ramallah, Gerusalemme e check point Qalandia. Per arrivare al check point c’è solo un percorso, se sbagli non puoi più raccontarlo. Sai quanti palestinesi hanno ucciso a sangue freddo, solo perché si son confusi o non conoscevano la strada per il check point?». Si fermò, poi: «Tanti!».  E continuò con tono più aspro: «Immagina come mi sono sentita sapendo questo e avendo intorno soldati con i fucili puntati».

E come puoi sentirti? Riuscireste a vivere in questo modo? È ammissibile tutto questo? Domande che mi sono posto e che continuo a rivolgermi, ogni volta che sento storie che provengono dalla Palestina.

Lela continuò mentre io mi ponevo queste domande, ma preferii seguire le sue parole: «Passai il check point con il terrore di sentire un colpo, che per fortuna non ho sentito, e ripresi il viaggio. Presi l’autobus per Ashkelon e arrivata qua iniziai veramente a provare cosa un palestinese sente, a capire come vive, in questa terra cosi lontana ma molto simile al nostro Sud».

(continua) – Le altre puntate

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