“Oltre l’hijab”: Assia Belhadj racconta una straniera che diventa cittadina

26/09/2019 di Francesco Buja

Italo-algerina, da oltre due lustri nel Belpaese, Assia Belhadj, una maturità in arabo classico e filosofia, è una mediatrice culturale, impegnata quindi nel dialogo interreligioso in Veneto. È responsabile della sezione di Belluno del progetto “Aisha”, iniziativa volta a contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne. Il 5 ottobre, alle 16, a Monza, nella libreria “Il Libraccio”, in via Vittorio Emanuele II, civico 5, presenterà il suo libro “Oltre l’hijab – Una donna da straniera a cittadina”, intervistata dalla giornalista Arianna Monticelli. Uno sforzo letterario per ribadire l’importanza della Tradizione, fra cui la fede religiosa.

Signora Belhadj, perché “Oltre l’hijab”?

«Scrivere un libro per me significa la possibilità di raccontare la mia storia, opportunità che non sempre abbiamo. Nel mio libro non c’è solo la mia storia, la mia voce, ma c’è la voce di tante donne, quella di tutti i migranti. Una storia personale che riesce a dar voce a esperienze molteplici, ad altri vissuti. La ricerca di un dialogo tra mondi e culture. Un libro da cui emergono questioni che toccano ciascuno di noi: l’identità individuale e sociale, l’attaccamento alle proprie origini, l’incontro con nuovi valori, la sfida di affrontare ogni giorno la vita schivando i colpi bassi per giungere ai propri piccoli e grandi traguardi».

Qual è stato il suo percorso interiore da straniera a cittadina?

«La quotidianità di una donna alle prese con i passaggi che segnano il cammino di tutti i migranti: la scelta di partire, lo spaesamento iniziale, l’adattamento al contesto di approdo, il processo – più o meno lungo, più o meno semplice – di integrazione. Questo è il racconto di una donna arrivata da un altrove materiale, geografico, e simbolico. Un punto di vista sulla nostra realtà da chi ha imparato a conoscerla un po’ per volta, in un percorso denso di difficoltà e incomprensioni, ma anche di gioie e soddisfazioni. Un’immersione nei concetti di cultura, religione, cittadinanza che conduce ben oltre ciò che appare in superficie. Un invito a osservare le cose con occhi liberi da preconcetti, ad andare oltre l’hijab, oltre l’aspetto fisico delle persone, oltre il velo dei pregiudizi e delle semplificazioni, per superare le barriere che confinano l’umanità su posizioni di chiusura nei confronti del diverso. Solo confrontandoci con ciò che non conosciamo possiamo vincere le paure e imparare a comprendere meglio noi stessi».

In alcuni Paesi, come l’Iran, si paga a caro prezzo togliersi il velo: è meno musulmana la donna che professa l’Islam ma senza velo?

«Sicuramente il mio velo non mi rende migliore delle donne che non lo indossano. Si tratta semplicemente di una scelta, la scelta di adeguarmi a una disciplina. In più, non è il velo che rende musulmano chi lo porta: essere musulmano significa praticare i cinque pilastri della nostra religione: la professione di fede nell’unico Dio, la preghiera, l’elemosina, il digiuno nel mese di Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca. Il velo è un precetto del Corano, come ne esistono altri, per esempio il divieto di bere alcolici o di mangiare maiale. Perciò chi non lo mette è un disobbediente, ma la sua disobbedienza non gli impedisce di essere comunque un musulmano. Le donne senza velo, quindi, semplicemente non attuano una pratica prescritta da Dio, ma restano musulmane se credono nei pilastri dell’Islam. Ci sono anche delle donne, soprattutto in occidente, che hanno il desiderio di mettere in pratica le prescrizioni religiose, ma non portano il velo perché non hanno ancora il coraggio di affrontare i pregiudizi che ne possono derivare, perché hanno paura dell’esclusione, perché non sono ancora pronte spiritualmente oppure perché, per colpa degli stereotipi, altrimenti non troverebbero lavoro o perderebbero quello che hanno. Ci sono anche ragazze che vorrebbero mettere il velo, ma ad impedirglielo sono i genitori, preoccupati che indossare il velo renda più difficile sposarsi e che sia un ostacolo nella vita. Cito Tariq Ramadam: “È anti-islamico imporre il velo a una donna ed è una violazione dei diritti umani imporre di toglierlo”».

Dunque, libertà, come in Occidente…

«Indossare il velo non è un reato. Non è nemmeno una pratica contraria ai principi dell’Occidente, che si fonda sulla laicità. In Italia ogni individuo ha il diritto di professare la propria religione, la libertà di vestirsi come vuole e di manifestare il proprio pensiero. rispetto le scelte di ogni persona, ma non condivido l’uso né del burqa né del niqab. Tuttavia, se un giorno una norma dovesse vietare l’hijab me ne andrei, perché il velo non è solo una questione materiale, è un aspetto spirituale che equivale ad esistere».

Cosa risponde a chi paventa l’invasione islamica dell’Europa?

«Vorrei fosse chiaro che non sono qui in Italia per imporre la mia cultura a discapito di quella italiana. Non sono qui per cambiare le leggi e le tradizioni. Mai lo abbiamo fatto e mai lo faremo. Chiedo semplicemente il rispetto delle mie usanze, convinta che l’Italia sia un grande Paese capace di accogliere altre culture, una grande nazione in cui tutti possiamo vivere assieme e offrire il nostro meglio».

(in foto: Assia Belhadj)

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