Muhammad Muddaththir agli studenti: «Abbiamo una proposta per diventare imam»

Una proposta seria per gli italiani che vogliono diventare imam. La avanza  Muhammad Muddaththir Silvio Giuseppe Maria Gualini, presidente di Jamia al Karam Italia. Lui è un italiano, guida spirituale di una parte della comunità islamica italo-pakistana. Si è  raccontato a Daily Muslim, ha parlato della situazione dell’Islam in Italia, della formazione degli imam in Italia e cosa dovrebbe fare la comunità musulmana per essere riconosciuta.

«Sono nato a Torino nel lontano 1949 come Silvio Giuseppe Maria Gualini. Ho un dottorato di ricerca in ingegneria guadagnato al Politecnico di Torino. Sono ritornato all’Islam nell’ottobre 1993 ed il 4 febbraio 1994 sono atterrato in Islamabad,  dove sono rimasto per aumentare la mia conoscenza sull’Islam. Arrivato per stare una settimana ci ho vissuto per quasi quindici anni senza mai tornare in Italia. Ho la duplice nazionalità ed ho messo famiglia in Pakistan ma soprattutto ho trovato nel giudice di Corte suprema del Pakistan,  Muhammad Karam Shah Rahmatullah Ahle, un secondo padre ed una guida spirituale che senza ordinarmi alcunché mi ha fatto scegliere spontaneamente di diventare suo discepolo ed anche cittadino pakistano. Nel 2006 ho ricevuto l’investitura di Shaykh ul Islam e, di nuovo spontaneamente, sono tornato in Italia nell’aprile 2008. Ed ora sono da undici anni in Italia. Un’Italia che ho trovato molto diversa da quella che ho lasciato e confesso di essere rimasto disorientato» .

Difficile non credergli sul mutamento dell’Italia. La descrizione di Muddaththir:«Avevo lasciato un’Italia alla fine della “Prima Repubblica” in un clima politicamente avvelenato ma socialmente curioso e scherzoso dove i migranti erano chiamati vu-cumprà e c’erano pochissimi luoghi di preghiera, ricordo una Torino con una sola macelleria islamica – tenuta dall’amico Ibrahim che aveva imparato a macellare – che faceva anche da punto di incontro di quei rari musulmani grazie all’attività di instancabili come Umar Riccardo Saccotelli ed Abdul Wakeel Ettore Lisi. Quella era la Torino della Rivista di Studi Tradizionali e del gruppo di ricerca spirituale radunato attorno alla prematura scomparsa figura di Sidi Hussain Roger Maridort. Ricordo di aver pregato la mia prima Jummah in un affollato appartamento al primo piano di via Berthollet, mentre la colonia dei somali pregava in un garage riconvertito a masjid in via Baretti. Una masjid benedetta dal sudore di oscure sorelle somale che risparmiarono con grandissimi sacrific una cifra ad otto zeri. Erano quelli i tempi in cui le case della Torino “bene” avevano una o due ragazze somale a servizio. La loro innegabile esotica bellezza fece girare la testa a parecchi datori di lavoro e non solo! Ricordo di un ufficiale di carriera fiondarsi da Ibrahim con block notes in mano a chiedere cosa si doveva fare per diventare Musulmano, scopo matrimonio. I pochi, sparuti musulmani torinesi si trovavano dopo Jumma a mangiare qualche cosa nei bar della zona, la città i negozi di kebab erano rari e si pensava non avrebbero fatto presa in un’Italia buongustaia e fiera della propria tradizione culinaria, già i ristoranti cinesi erano considerati un’esotica novità ancora».

Prosegue il presidente di Jamia al Karam Italia:«Ritrovarsi in un’Italia con i conflitti di immigrazione, con bar italiani gestiti da cinesi, pizzaioli egiziani e turchi con piatti kebab e, quel che più conta, una scelta di varie masjid divise più per etnie ed abbastanza settarie fu una piacevole novità che però mi lasciò interdetto. Il mio stupore non era tanto nel riscontrare la convivenza forzata di diverse scuole giuridiche, che è normalità nei luoghi sacri dell’Islam, era nel riscontrare una presenza sensibile di Italiani ritornati all’Islam, ma ancora troppo pochi ed isolati. Nessuna masjid voluta e costruita da Italiani, eppure più ricchi e meglio integrati nel tessuto sociale. Certamente alcuni pronti a dare una mano agli immigrati ma con una fratellanza forzata in un certo senso. Eppure se il cosiddetto Islam italiano deve avere un debito di riconoscenza lo deve agli oscuri immigrati che sacrificando soldi e tempo e rischiando anche di esporsi troppo di fronte alle autorità con la spada di Damocle dell’espulsione hanno realizzato masjid in un clima loro ostile. Al contrario del Regno Unito dove i nativi locali trovano più efficiente vendere le chiese ai musulmani che le trasformano in masjid gremite di fedeli, qui nell’ Italia baluardo cattolico con un 80 per cento della popolazione cristiana ma meno del 30 per cento praticante ed un 13 dichiarantesi ateo è impensabile pensare che dei musulmani possano acquistare una chiesa sconsacrata. Recentemente è stato fatto un tentativo a Bergamo da parte di un’associazione islamica di acquistare una chiesa ortodossa sconsacrata ad un’asta pubblica cui erano presenti solo i musulmani ed è curioso che chi si sia eretto a baluardo del Cristianesimo nel denunciare il fatto sia stato il direttore bergamasco di una importante testata giornalistica che egli stesso si è più volte dichiarato ateo. Nell’ottobre 2018 la testata giornalistica titola in prima pagina «Allah sfratta Gesù»: voglio soffermarmi su questo titolo perché dà un parametro dell’ignoranza estrema che esiste in Italia sull’Islam. Come può il Creatore dei profeti sfrattare una delle sue più nobili e sante creature? Ma quel che è peggio è che nessun musulmano italiano, me per primo ha cercato di dare una mano a quei fratelli che fra le altre cose avevano già pagato. Eppure ogni musulmano italiano vive integrato in una realtà famigliare e sociale per cui finisce che conosca il politico locale od il personaggio influente che potrebbe aiutare. Molte volte vi è la difficoltà ed il pudore di nascondere il proprio Islam in famiglia e fra gli amici, conosco casi di gente che si è pentita dopo aver fatto la professione di fede, specie fra i maschi che si fermano alla tragedia del rimuovere un pezzo di carne che è in fondo la testimonianza fisica di sottomissione ad Allah, operazione che Abramo fece all’età di settanta anni con un colpo solo di ascia» .

La critica alla situazione islamica nella nostra Nazione. «Manca fortemente in Italia, ma purtroppo ormai in tutto il mondo Islamico quella sorta di momento magico ed ormai irripetibile che fu la costituzione della prima società islamica a Madina dove gli ansar, gli ospitanti diedero a braccia aperte ai rifugiati, gli immigrati di allora, che arrivavano a Yathrib senza niente avendo lasciato i loro beni nei luoghi di origine. Mancava la malizia ed imperava l’amore per il prossimo. L’Islam vieta di giudicare le intenzioni ma spesso ho l’impressione che si vogliano vedere e scoprire le intenzioni per cui certe categorie di Musulmani sono giudicate senza appello prima ancora che rivelino le loro reali intenzioni. Ho poi notato che l’Islam italiano soffre di una sorta di campanilismo che va oltre alla malaugurata divisione settaria. Se osserviamo la storia dell’Islam vediamo che esso ha vinto e trionfato sempre quando i musulmani sono stati uniti e lo sanno molto bene i nemici dell’Islam che hanno favorito il settarismo. C’è chi, musulmano italiano, conoscendo un altro fratello italiano si preoccupa di “inquadrarlo” subito se di destra, di sinistra o di centro. C’è questa inversione pericolosissima perché è la stessa inversione che ha portato gradualmente l’umanità a deteriorarsi progressivamente per cui la politica in un certo senso prevale sulla religione, dando spazio alla malizia a scapito dell’amore fraterno sincero. Si tratta di malizia che va oltre i confini geografici di appartenenza» .

La critica gli autodidatti. «Ma a mio avviso quello che balza evidente specie fra i Musulmani italiani è a tendenza a quello che alcuni miei amici e “vecchi convertiti” definiscono: “Islam-fai-da-te” anche perché l’Islam è visto per lo più come qualsiasi altra religione e cioè un insieme di regole che vietano di più e lasciano fare di meno e non come una legge naturale insita nell’essere umano ed è per questo che noi diciamo che uno ritorna all’Islam perché ognuno di noi nasce naturalmente musulmano ma non ne è cosciente. Questo Islam-fai-da-te è il risultato di una cronica mancanza di serie ed affidabili istituzioni o centri di sapere (Dar ul Uloom) che nei Paesi islamici sono per lo più sostenute da fondazioni caritatevoli. Ancora una volta la malizia supera l’amore, e quest’ultimo ha come componente la fiducia. Complici alcune incomprensioni e fregature del passato molti musulmani immigrati ed indigeni preferiscono finanziare istituzioni nei Paesi di origine o quanto meno che siano note» .

Osserva, Muddaththtir: «Questo stato di cose apre la necessità sentita da molti di avere Imam formati in Italia. Alcuni pretendono Imam italiani, personalmente preferisco cercare di assomigliare al Santo Profeta ﷺ che redarguì fermamente Hazrat Umar Farooq, Radi Allahu Ta’ala Anhu, quando questi apostrofò hazrat Bilal, Radi Allahu Ta’ala Anhu, come “Figlio di un negro”. Oppure quando fece il discorso di commiato ribadendo che il legame di fratellanza islamica è tale per cui un Arabo non è superiore ad un non-Arabo e viceversa. Mi accontenterei di una istituzione che forma Imam che sono padroni della lingua italiana, della storia e della cultura italiana ed anche della geografia italiana, ma con le penose condizioni della scuola dell’obbligo temo che pochi italiani anche di centesima generazione passerebbero il test d’ammissione. Il mio legame spirituale in Pakistan è con un Ordine, la Chishtia, che ha per motto parafrasandolo che non vi è via spirituale senza conoscenza della Shariah, tanto che noi abbiamo oltre 130 Dar ul Uloom che dipendono da quella centrale sita in Bhera, quasi al centro del Punjab occidentale. Solo in Bhera studiano 1200 ragazzi e 600 ragazze, non pagano alcuna retta: insegnanti, libri, vitto ed alloggio sono gratuiti, viene richiesto l’equivalente di un centesimo di euro al mese per studente come contributo alle spese dell’allacciamento elettrico. La stessa nostra onlus è attiva in Inghilterra dove la collocazione più prestigiosa è Jamia Al Karam UK che forma Imam inglesi per l’Inghilterra, anche se si tratta di inglesi di terza e quarta generazione. Si tratta di corsi di studio che durano non meno di sei anni ed aprono la strada a Jamia Al-Azhar dove i nostri studenti con diploma rilasciato da Dar ul Uloom Muhammadia Ghoussia di Bhera Sharif sono automaticamente accettati dalla prestigiosissima università Islamica del Cairo in Egitto, oggi sono centinaia gli ex-allievi di Dar ul Uloom Muhammadia Ghoussia che hanno il dottorato di ricerca da Al-Azhar. Il sillabo di Dar ul Uloom Muhammadia Ghoussia Bhera è stato approvato ed imposto come modello dalle autorità religiose e lo stesso Musharraf pur riconoscendo di non essere simpatico da quelle parti ha dovuto ammettere che il sillabo di Bhera è l’unico che garantisce la formazione di studenti ligi alle leggi dello stato e per nulla corrotti dal male del terrorismo. Stesso riconoscimento lo abbiamo avuto in Inghilterra dove certo non mancano di intelligenza» .

La proposta per il riconoscimento degli imam. «Come presidente di Jamia Al Karam Italia al momento posso anticipare che quasi certamente prima della fine del corrente anno gregoriano produrremo una proposta fattibile e praticabile in lingua italiana per studenti italiani che desiderano diventare Imam e risponderanno ai requisiti di serietà, moralità e fedeltà ai principi della costituzione italiana possedendo passaporto e nazionalità italiane. La mancanza di un trattato fra lo Stato italiano e l’Islam in Italia è peraltro la causa originaria di varie situazioni deficitarie che rendono difficile l’adesione e la pratica dell’Islam anche dal punto di vista organizzativo. Annose sono la questione della certificazione halal anche qui molto sul fai-da-te perché c’è sempre da domandarsi chi ha certificato il certificatore. La questione dei cimiteri e delle esequie secondo il nostro rito, se da un lato è pur vero che tutta la terra è una masjid a cielo aperto dall’altro ogni musulmano preferisce risvegliarsi nel giorno del Giudizio assieme ad altri musulmani. Senza parlare del fatto che nessun lavoratore musulmano può usufruire delle festività nostre pagate e non chiedere permessi non retribuiti. Nei Paesi islamici l’attività lavorativa è rallentata anche per motivi di sicurezza. Per esempio in Pakistan gli uffici pubblici osservano orari dimezzati, così come le Università e le aziende. Un’altra questione è la preghiera di Jumma, del venerdì che sta diventando privilegio di pochi anche se le masjid sono quasi sempre piene. Vi è poi la mancanza di una legislazione chiara per i matrimoni misti dove l’improvvisazione ed il fai-da-te rasentano il comico. Da una parte abbiamo i parroci cattolici che tengono corsi prematrimoniali e dall’altra abbiamo imam professionali ed imam improvvisati che sposano senza tante formalità dimenticando che se da un lato è vero che il matrimonio islamico è un contratto dall’altro Allah (Dio) è il principale testimone del contratto. Non solo, ma una chiara educazione prematrimoniale condotta con criteri adeguati servirebbe ad evitare traumi enormi dopo il matrimonio, traumi che possono coinvolgere prole e parenti ma anche opinione pubblica che in Italia è sempre pronta a stigmatizzare i musulmani. Anche in questa questione della mancanza di trattato è stata sotto gli occhi di tutti una specie di gara fra organizzazioni islamiche rivali per poter avere il privilegio di dire che il trattato è con un gruppo piuttosto che un altro rispecchiando anche certe scelte settarie individuali facendo prevalere più politica che religione. E la politica ha un intrinseco legame con la malizia, mentre unità e concordia che portano alla vittoria sono intimamente legate ad un amore fraterno e durevole. Per questo motivo penso che per raggiungere questo scopo ci sia da fare un notevole sforzo da parte di tutte le associazioni islamiche italiane dalle più piccole a quelle più grandi e prestigiose. Misi permetta la battuta: ci dovrebbe essere un collettivo “tapparsi il naso” per non sentire diversi aromi e presentarsi tutti sotto un’unica barriera, come una forza politica che pur divisa e travagliata da correnti interne ha una forza contrattuale notevole quando è unita» .

In conclusione: «C’è poi un ultimo aspetto che mi pare del tutto trascurato o forse non ne sono a conoscenza: forse la Comunità europea potrebbe dare una spinta all’Italia a dare un riconoscimento ufficiale all’Islam in questo nostro paese. In fondo Francia, Olanda, Belgio e Germania hanno concentrazioni di musulmani maggiori di quelle italiche e da molto più tempo fronteggiano il problema ed hanno dato riconoscimenti, perché non pensare ad un’Europa che spinge l’Italia a riconoscere ufficialmente l’Islam in generale, senza distinzione settaria» .

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