L’ong impegnata in Siria: «No finale Champions a Istanbul. Ora embargo armi totale»

16/10/2019 di Redazione

Anche l’organizzazione non governativa “Un ponte per ” chiede che la Fifa sposti altrove la finale della Champions League prevista a Istanbul. L’esortazione era giunta, fra gli altri, dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, indirizzata all’Uefa. Richieste causate dall’azione militare della Turchia in Siria. Tra quelle formulate oggi, in conferenza stampa alla Camera dei deputati, da “Un ponte per” figura anche l’esortazione al mondo dello sport a proporre ai tifosi un sostegno economico in favore di Mezzaluna Rossa Curda e a sollecitare i presidenti dei club di calcio professionistico a destinare una parte dei proventi dei biglietti a questa causa.

Al Governo italiano l’organizzazione governativa chiede «di varare un embargo sulle armi con effetto immediato e non solo sulle commesse future; di ritirare il contingente militare e i missili impegnati in Turchia nell’operazione Active Fence; di avanzare alle Nazioni Unite la richiesta di una no fly zone in tutto il Nord Est della Siria sul modello di quanto adottato a suo tempo sul Kurdistan iracheno».

In conferenza stampa l’organizzazione non governativa, che opera nel Nord Est siriano, ha presentato il rapporto “Civili sotto attacco. Violazioni del diritto umanitario internazionale durante operazioni militari turche e di altri gruppi armati nella Siria del Nord Est”. Ai Comuni e a tutti gli enti locali ha chiesto atti di gemellaggio e solidarietà con le città curde e di votare documenti di condanna della guerra.

«Riteniamo importante quanto affermato in aula ieri dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio – hanno dichiarato  Angelica Romano e Alfio Nicotra, esponenti di “Un ponte per”-. Bene il riferimento al tributo pagato dal popolo curdo per averci difeso da Daesh. Bene l’impegno a varare una moratoria dell’export di armamenti italiani alla Turchia. Bene la proposta di portare ad ogni livello internazionale la condanna della guerra e la violazione del diritto umanitario internazionale della Turchia. Tuttavia, come Ong impegnata sul terreno ad assicurare alle decine di migliaia di profughi curdi e non solo un minimo di assistenza sanitaria e sostegno d’emergenza per la popolazione colpite e in fuga dalle bombe, non possiamo accontentarci».

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