L’obiettivo non è convivere ma «vivere insieme». Il monito del vaticanista Cristiano

23/09/2019 di Redazione

È possibile la convivenza fra musulmani e cristiani in Italia? Cosa fare perché questa sia pacifica? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Cristiano, giornalista e vaticanista, a lungo inviato in Medio Oriente e poi coordinatore dell’informazione religiosa di Radio Rai, nonché autore di libri sul dialogo inter-religioso. Non potevamo non trattare con lui anche dell questione siriana.

Dottor Cristiano, qual è il suo punto di vista sulla convivenza in Italia tra cristiani e musulmani?

«Una vera convivenza ancora non si vede. “Convivere” è un termine ambiguo, il vero obiettivo è vivere insieme. Per vivere insieme occorre creare legami. La società del vivere insieme è una società di legami. Un mio amico libanese, maronita, durante la guerra rimase nel versante musulmano di Beirut. Quando gli chiesi il perché mi disse che non poteva pensare alle sue giornate senza Ali, il commerciante sciita che vedeva ogni giorno uscendo. Per questo aspetto il giorno in cui faremo gli auguri a vicini musulmani per il Ramadan e ne riceveremo da loro per il Natale».

Quanto sta incidendo la situazione politica italiana sui rapporti con le varie comunità islamiche?

«Sta incidendo. L’idea di islam e di cristianesimo fa i conti con l’idea di conquista. Questo crea pregiudizi, paure. Se i cristiani restano crociati e i musulmani invasori come si potrà credere nel vivere insieme? Ma allora come mai il Corano definisce Gesù “il nuovo Adamo”? Perché ne parla come “verbo di Dio”? Io dico che oggi abbiano davanti a noi una tragedia che può essere un’opportunità enorme: tutto sta a volerla vedere, a pensare che crediamo nello stesso Dio, presentato dai profeti in termini comprensibili dai loro contemporanei in contesti sociali diversi. L’islam non distingue tra Dio e Cesare? Diciamo piuttosto che nella società di Maometto non esisteva Cesare».

Quali sono i mezzi da adottare per la pacifica convivenza?

«C’è un fatto che mi ha colpito davvero. Quando cercavo casa a Beirut per un periodo di studio ho potuto constatare che in tutti i quartieri omogenei dal punto di vista confessionale le strade più pregiate, dove le abitazioni richiedevano prezzi più alti, erano quello dove resisteva o cominciava la mescolanza. Questo cosa ci dice? Per me vuol dire che è il controllo del territorio a creare e causare problemi. Anche da noi le difficoltà derivano in primis da dinamiche simili. Un territorio omogeneo vincola le persone a rispetti illegittimi, o ambigui, a dir poco. L’osservanza diventa un dovere chiuso, imposto, non scelto. Ecco che il multiculturalismo non è vivere insieme, ma ci porta a vivere tra di noi, in vecchi “noi” etnici che non integrano e non arricchiscono. L’appartenenza è un’altra idea ambigua. Ogni identità è multipla, non è rispetto ritenere le identità essere dimensioni totalizzanti. Se parliamo dei cattolici sappiamo che esistono tanti tipi di cattolici. L’Ecclesia è costituita da individui, o, se preferisce, da persone. Ma ogni persona è immagine di Dio, non esiste una massa uniforme. La città cosmopolita non può assemblare ghetti. Già prima di Cristo il ghetto era sinonimo di segregazione, lo fu nel Medio Evo e tornò a esserlo con Hitler. Se noi vedessimo la città cosmopolita come l’Ecclesia civile, la vedremmo come una città di persone, non di ghetti. Questo è il primo grande problema. L’Ecclesia è universale, invece una Chiesa particolare cura un territorio, non ha giurisdizione sui fedeli che vanno altrove, lì la giurisdizione è del vescovo territoriale».

L’opposto di ecumenismo

«Se vuole, possiamo dire che la città cosmopolita dovrebbe essere per me una Ecclesia con diversi riti che vivono nel grande rito del vivere insieme grazie ai legami. Impedire la costruzione di luoghi di culto allontana tale obiettivo. Per questo credo che la formazione di ministri del culto in ottica cittadina sia un grave ritardo. Un imam di Lecce non può non avere idea di cosa sia stato il barocco leccese. E, se vuole, la prima promozione del Lecce in serie A».

Lei è un esperto della questione siriana: cosa prevede che comporti l’affermazione di Assad?

«Devo premettere che ho fondato l’Associazione dei giornalisti amici di padre Dall’Oglio. Non sono Dall’Oglio, non ho le sue qualità umane e intellettuali. Posso dire che lui mi ha insegnato tantissimo e io ho capito poco. Quel che ho capito che nel buio siriano non c’è una tenebra separata o opposta alle altre. L’Isis è stato un prodotto di tanti laboratori, tra i quali quello di Assad non è stato certo meno importante di altri. Serviva un mostro per renderci Assad un mostro compatibile, o accettabile, contro l’Isis. L’isis dunque è stato il nemico perfetto e l’ex capo dell’intelligence siriana, Ali Mamlouk, potrebbe dirci tante cose su come sia nato. L’Isis per Assad serviva soprattutto a farci cadere in un nuovo negazionismo, e credere che la rivoluzione siriana, per la quale in tanti si sono sacrificati fino a patire torture, non è mai esistita. Ecco che si vuole disumanizzare una religione e milioni di persone credenti per salvare un regime cleptocratico e feroce, fondato sul tribalismo. Questo nuovo negazionismo è terrorismo. Disumanizza un popolo invece che i suoi carnefici. Si può cadere in questo per tanti motivi, anche puri, ma questo regime ha violentato donne davanti ai loro mariti o figli, ha seviziato bambini: cosa potrà portarci? Io temo che nel campo di al-Hol stia nascendo il nuovo terrorismo di figli dell’Isis condannati all’inferno di quel campo per le colpe dei loro padri. Dobbiamo renderci conto che il mondo ha tradito la Siria e la sua rivolta democratica e non violenta».

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