L’Islam e la condizione delle donne (2)

27/01/2020 di Redazione

(segue)

Di Cristian Farano, referente di Jamia Al-Karam

La famiglia allargata (mogli e figlie) del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†era considerata da tutti i suoi compagni Radi Allahu

Ta’ala Anhum, come un faro guida per la comunità dei fedeli. La ricchissima prima moglie del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم, Hazrat Khadija, Radi Allahu Ta’ala Anha, sostenne moralmente e finanziariamente l’attività del marito صلى†الله†عليه†وسلم†a tal punto da passare ad altra vita in povertà. Hazrat Aysha bint Abu Bakr, Radi Allahu Ta’ala Anha, divenne profonda conoscitrice di giurisprudenza islamica (shariah) ed importantissima trasmettitrice di tradizioni profetiche (ahadith). Hazrat Umm Salamah, Radi Allahu Ta’ala Anha, fu consigliera del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†nello stilare il trattato di Hudaibiyyah, un capolavoro nel suo genere. Hazrat Hafsa bint Umar Farooq, Radi Allahu Ta’ala Anha, fu la prima donna a cui venne affidato il Sacro e Glorioso Qur’an scritto dopo la morte di suo padre Umar Farooq ibn Al-Khattab, Radi Allahu Ta’ala Anhu. Hazrat Ashifa bint Abdullah, Radi Allahu Ta’ala Anha, fu la prima donna Musulmana ad essere chiamata a ricoprire l’incarico di ispettore del mercato e manager del neonato Stato Islamico, a conferirle l’incarico fu il secondo califfo ortodosso dell’Islam, Umar Farooq ibn Al-Khattab, Radi Allahu Ta’ala Anhu.

Senza menzionare tutti i loro nomi occorre però ricordare il ruolo essenziale delle sante donne compagne del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†nel preservare e narrare le tradizioni profetiche (ahadith), ibn Hajar, Rahmatullah Ahle, raccolse e studiò hadith trasmessi da 53 donne, As-Sakhawi, Rahmatullah Ahle, studiò ahadith narrati da 68 donne ed As-Suyuti, Rahmatullah Ahle, studiò ahadith narrati da 33 donne.

Ma è soprattutto nel dominio spirituale che l’universo femminile Musulmano trova il suo apice in figure notissime e meno note che giungono fino ai nostri giorni e non sono solo personalità veramente speciali ed uniche come la figlia prediletta del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم, Hazrat Fatimat-ul Zahra, Radi Allahu Ta’ala Anhu, la cui fama di pudore e castità è tale per cui si dice che nel Giorno del Giudizio Allah ordinerà a tutti i presenti di abbassare lo sguardo quando ella, Radi Allahu Ta’ala Anha, comparirà di fronte ad Allah.

Prima di addentrarmi nella presentazione di una delle più sante donne dell’Islam non compagne del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†(ricordo qui che nel Credo Islamico i compagni e le compagne del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†sono considerati superiori a tutti gli altri santi Islamici successivi e non più compagni viventi del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم) vorrei ricordare che la vera rivoluzione femminista è nata con l’avvento dell’Islam, non solo nella penisola Araba dove la donna veniva considerata come merce e la nascita di una bambina era considerata una disgrazia tale da doverla sopprimere anche in modo brutale: sepolta viva. Il Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†ha rivoluzionato tutto questo su Ordine Divino. Infatti la rivelazione Islamica ha sancito l’uguaglianza fra maschio e femmina ed è grazie all’opera del Santo Profeta صلى†الله†عليه†وسلم†che tutto questo è stato reso possibile.

Il grande rilievo delle donne nel dominio spirituale oltre al primissimo Islam, è presente nel corso dei secoli, ed emerge pienamente nella dimensione dell’Islam nota come sufismo (in Arabo Tasawwuf).Fu proprio una donna ad evidenziare che il sufismo nella sua forma originaria non consiste nel duro ascetismo, ma esso occupa una dimensione di intenso amore per Dio, un amore esclusivo intensamente spirituale e metafisico, scevro da timori di punizioni e castighi “post mortem”, come anche da brame di ricompense per il premio perenne rappresentato dal paradiso. Questa donna si chiama Rabia Al Adawiyya, Rahmatullah Ahle, (m.801) originaria di Bassora, nel sud dell’attuale Iraq. Il celebre poeta sufi persiano Farid ad din Attar, Rahmatullah Ahle, nella sua opera intitolata Memoriale dei Santi (Tadhkirat al Awliya, disponibile anche in Italiano come libro intitolato “Parole di Sufi”) narra che la santa fosse la quarta figlia di una famiglia estremamente povera. Dopo la dipartita dei suoi genitori, la giovane Rabia fu venduta come schiava, ma venne affrancata dal suo padrone, quando questi constatò che la fanciulla era in realtà una privilegiata da Dio. Rabia al Adawiyya, Rahmatullah Ahle ad un certo punto scelse volontariamente la povertà, ereditata o meno dalla sua famiglia, consacrandosi totalmente al servizio del suo Signore. Narra Muhammad bin Amr, Rahimahu Allah: <<Entrai in casa di Rabia, Rahmatullah Ahle, quando era una vecchia di ottant’anni, ed era come un piccolo otre consunto che sta per afflosciarsi. Vidi, in casa sua, una specie di stuoia di giunchi e un treppiede di canne persiane, alto due bracci. La casa era ricoperta di sterco secco di mucca o forse di una stuoia di giunchi. Nella casa c’era una brocca, un otre e del feltro che era, a un tempo, il suo giaciglio e il suo tappeto per la preghiera>>. Ma da quella umile capanna si diffuse ovunque la luce del suo profondo insegnamento spirituale: i sapienti e i grandi uomini di cultura religiosa ritenevano un privilegio entrare in contatto con questa umile donna, Rahmatullah Ahle, e parlare con lei dei profondi misteri di Dio, nonostante questi stessi uomini fossero degli apprezzati giuristi o teologi. La vita di Rabia al Adawiyya, Rahmatullah Ahle, è segnata dalla sua scelta radicale e totale dell’Assoluto, una scelta così determinata da implicare la rinuncia al matrimonio: <<Muhammad bin Sulayman al Hashimi, emiro di Bassora, la chiese in sposa per centomila denari e disse: “Ho una rendita di diecimila denari al mese, e te la dono”. Ma, prontamente, Rabia al Adawiyya, Rahmatullah Ahle, scrisse le seguenti parole: “Non mi rallegra né che tu sia il mio servo, né che tutto ciò che è tuo sia mio, né che tu mi abbia, anche se per un solo istante, distratta da Dio”. E a chi le chiede: <<Perché non ti sposi?>> Rabia con estrema semplicità risponde che: <<Non ne ho tempo>>, dovendosi occupare della purezza della sua fede e delle opere da presentare a Dio nel giorno della risurrezione.

(continua)

Foto di Ikhsan Sugiarto su Unsplash

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