Libia, 2 giorni per capire se Berlino ha funzionato

20/01/2020 di Andrea Aufieri

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Sono 55 i punti dell’accordo finale siglato dai leader intervenuti alla Conferenza di Berlino per studiare i termini di un accordo tra i contendenti libici Haftar e Al Serraj. Gli interventi conclusivi di Angela Merkel, padrona di casa, e di António Guterres, segretario generale dell’Onu, non sono particolarmente entusiasti e danno conto dell’estrema tensione vigente tra le parti.

Due i punti nodali su cui si è raggiunta l’unanimità: lo stop alle interferenze delle potenze straniere sul territorio libico e l’embargo delle armi che continuano a confluire sulla regione, contribuendo alla sua instabilità, comprese dure sanzioni ai Paesi che non dovessero rispettare l’accordo.

Il colpo a sorpresa del generale Haftar di chiudere i rubinetti per l’export della National Oil Company (NOC), la principale fonte di approvvigionamento di petrolio del Paese, non ha avuto un effetto positivo sulla conferenza. La produzione stimata sarà quella di 700mila barili in meno al giorno per un valore quotidiano di 47 milioni di dollari. Per questo motivo Guterres si è detto preoccupato per la possibile escalation che ne conseguirà e Merkel ha dovuto ribadire con forza che un intervento armato tout-court nella regione non è un’opzione disponibile.

Il raggiunto accordo sui due punti di cui si è detto, comunque, ha contribuito a distendere gli animi e le prossime 48 ore saranno fondamentali per comprendere se il cessate il fuoco durerà e l’accordo avrà buone possibilità di riuscita.

Il ministro degli Esteri russo, Lavrov, ha rilasciato le dichiarazioni più pessimistiche in assoluto: non è stato possibile, ha riferito, un dialogo serio e stabile tra le parti in causa e di riflesso se ne conclude che sarà difficile ottenere risultati stabili e seri per la questione.

A tenere viva l’attenzione dei Paesi europei la mossa dell’Italia, di sponda con gli Usa, che ha proposto una missione di peacekeeping avvallata dall’Onu, che avrebbe più che altro lo scopo di fornire una struttura che limiti le intemperanze francesi. Ci sono, però, molti dubbi sulle eventuali “regole d’ingaggio”.

Non sono da tenere in secondo piano le presenze di emissari dei Paesi che hanno in qualche modo interessi nella vicenda e si sono affrettati a sostenere il blocco russo o quello turco, con la Francia a ballare allegramente tra le parti. Egitto ed Emirati Arabi Uniti da un lato su tutti, contro Turchia e Qatar, ma anche Algeria, Repubblica democratica del Congo e Unione Africana hanno fatto trapelare la chiara intenzione di non morire fisicamente sul terreno per questo conflitto. Un monito velato, non tanto ad Al Serraj, che senza l’appoggio occidentale non avrebbe molta influenza, quanto piuttosto ad Haftar di non tirare troppo la corda perché senza le armi degli Emirati e dell’Egitto avrebbe poco spazio di manovra.

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