Il Fascismo e l’Islam, dialogo con Enrico Galoppini (III e ultima parte)

24/10/2019 di Francesco Buja

Professore, è difficile stabilire se l’opinione pubblica araba simpatizzasse davvero per l’Italia in camicia nera…

«La simpatia araba ed islamica per l’Italia fascista era diffusa ad un livello tale che nei nuovi Paesi creatisi nel Vicino Oriente pullulavano le organizzazioni ispirate al modello fascista. Tuttavia, essendo quei Paesi sotto tutela anglo-francese è comprensibile che le loro dirigenze stessero molto attente a non irritare i loro padroni (più o meno amati, non è qui il punto). Pertanto i partiti filo-fascisti restavano marginali in quei contesti, perché Roma puntava ad intrattenere relazioni con quelle dirigenze (si pensi alle corone d’Egitto e d’Iraq). In lingua araba uscirono in quegli anni testi che elogiavano Mussolini, in particolare per il suo cesarismo, e persino una conquista quale quella dell’Abissinia, alla quale parteciparono truppe arabe e musulmane delle altre colonie, riscosse una vasta simpatia nel mondo islamico perché l’italiano arrivava a liberare dalla schiavitù i musulmani di quel Paese. Ad ogni modo, l’influenza ideologica del Fascismo si protrarrà anche dopo la guerra, quando emersero uomini come Nasser e Gheddafi, per non parlare del Partito Ba‘th, la cui ideologia è debitrice delle molte delle idee-forza che animarono il Fascismo.

Certamente, all’epoca del Fascismo esistevano anche arabi e musulmani antifascisti, perlopiù nelle colonie francesi nelle quali l’attività dei fuoriusciti dall’Italia era particolarmente intensa, anche perché in Paesi come la Tunisia la presenza italiana era molto significativa. Ma la presa del Fascismo travalicò i limiti del mondo arabo, tant’è che spiriti illuminati come Muhammad Iqbal, un padre fondatore del Pakistan, ebbe parole d’elogio per Mussolini e la sua opera (che venne apprezzata anche da Gandhi, ma questo non lo si ricorda tanto volentieri).

Ma per valutare appieno la vicinanza tra i patrioti arabi e musulmani ed il Fascismo basti menzionare il fatto che tutti gli egiziani attendevano con impazienza il collasso delle difese inglesi in Cirenaica e l’arrivo di Rommel al Cairo, oppure che l’Iraq, altra colonia inglese (importante non solo per il petrolio ma anche per controllare l’India), durante la Seconda guerra mondiale, nella primavera del 1941, osò ribellarsi militarmente agli inglesi, anche se il richiesto aiuto italiano (e tedesco) fu scarso e tardivo (su questi fatti esiste uno specifico studio del succitato Stefano Fabei: “Guerra santa nel Golfo”, del 1991). Infine, è il caso di ricordare la rivolta palestinese della seconda metà degli anni Trenta, finanziata anche da Mussolini, il quale predispose addirittura l’invio di armi che però, a causa dei problemi posti dall’Arabia Saudita, alleata di ferro dei nostri avversari, non arrivarono mai a destinazione.

Per implementare la simpatia araba e musulmana l’Italia fascista si dotò di vari strumenti propagandistici (per la verità avviati già da prima: si pensi ai professori italiani all’università egiziana in vista della conquista della Libia, oppure alla rivista italo-araba “Il Convito”, animata dal summenzionato Enrico Insabato). Tra questi si distinse, dal 1934, Radio Bari, che per un certo periodo rappresentò un incubo per gli inglesi in quella che qualcuno ha definito la “guerra delle onde”, oppure si pensi agli inviti in Italia rivolti agli studenti orientali (quindi anche musulmani) che così potevano apprezzare di prima mano le realizzazioni del regime. D’altra parte quelli sono gli anni delle esplorazioni e delle missioni nel cuore dell’Eurasia, patrocinate dai massimi vertici della cultura italiana e che videro indiscusso protagonista l’indologo e tibetologo Giuseppe Tucci, oggi praticamente sconosciuto ai più. Ma anche gli studi di arabistica ed islamologia ricevettero un deciso impulso dalla rinnovata “coscienza di sé” dell’Italia fascista: oltre all’Istituto per l’Oriente, era attivo l’Istituto Orientale di Napoli, e tra le numerose iniziative merita senz’altro di essere sottolineata quella che portò l’arabista Laura Veccia Vaglieri a redigere quel monumento per lo studio dell’arabo che è la sua grammatica in due volumi (il primo dei quali uscì nel 1937 ed è pubblicato ancora oggi)».

Oggi il nichilismo imperante rende necessaria un’alleanza fra chi professa valori non negoziabili, cioè fra non progressisti e credenti in Dio, perché la vita non sia ridotta a ricerca del profitto o a schiavitù.

«Potrà sembrare un chiodo fisso ma insisto sul mutamento in senso unilaterale anti-islamico dell’atteggiamento della destra, in ogni sua declinazione, a partire dagli anni Novanta. Negli anni Ottanta, in quell’ambiente, che ha sempre nutrito un forte interesse per tutte le forme tradizionali, si organizzavano convegni per discutere dell’alleanza tra Cristianesimo ed Islam come soluzione alla crisi del mondo moderno. Oppure si pensi all’interesse sconfinante nell’aperta simpatia verso la rivoluzione islamica khomeynista (che affascinò anche sensibilità di sinistra, per la verità, colpite, più che dalla palingenesi spirituale propugnata dall’imam Khomeyni, dalla riedizione del fenomeno più esaltante per essa: la “festa” della rivoluzione). Persino la Jamahiriyya libica, sebbene fosse odiata dagli ambienti più spiccatamente missini, riscuoteva simpatie sia a destra che, soprattutto, a sinistra.

Oggi, di tutto ciò non resta più nulla. Il destrista contemporaneo ha messo in soffitta Guénon, Evola e tutto il resto degli autori europei ed italiani “tradizionali” per appiattirsi nell’accettazione della vulgata propinatagli dai “pensatoi” filo-sionisti, cattolici lepantisti, addirittura radicali e altro. Sulla mentalità di sinistra non voglio perdere molto tempo, poiché è antitradizionale ed antispirituale per definizione, sin dalla parte – la sinistra, appunto – nella quale si è collocata politicamente, che da sempre ha evocato immagini negative e nefaste. I comunisti (che non sono mero sinonimo di “sinistra”), è vero, simpatizzavano per Nasser, il terzomondismo e l’Olp di Arafat, ma la loro è stata sempre una posizione “antimperialista”, fondamentalmente ostile all’idea di Impero, e comunque traeva linfa da un generico internazionalismo e da un completo disinteresse per le questioni d’ordine spirituale.

Venendo più direttamente all’oggetto della domanda, rispondo che, sì, l’esigenza più impellente oggigiorno è erigere una barriera protettiva contro il nichilismo e ricevere protezione dai pericoli di un progressismo sempre più spinto che mette a repentaglio la nostra stessa integrità. Il mondo moderno, come hanno ben tratteggiato gli autori “tradizionalisti” che la destra ha colpevolmente dimenticato nel suo “ammodernarsi”, è stato edificato e continua a svilupparsi sulla negazione pura e semplice di Dio. Se guardiamo bene a tutto ciò che si agita, anche in contrapposizione reciproca, si ha la sensazione di “facce della stessa medaglia” tutte accomunate dalla ribellione a Dio.

L’uomo, senza più un riferimento trascendente, senza fede, senza guide qui in Terra e senza più nemmeno una dottrina ortodossa cui riferirsi, finisce per naufragare nelle tempeste del suo ego, mentre la società naviga a vista, essendo la sommatoria, ma che dico?, l’elevazione a potenza, delle confusioni di tutti questi ego pigolanti che bramano incessantemente una loro “sovranità” quando l’unico sovrano è Dio. Che è l’unico, tanto per parlare di una questione che sta tanto a cuore ai moderni, a poter vantare dei diritti.

L’Islam, a differenza del Cristianesimo, ed in particolare il Cattolicesimo, contro il quale si è infranta l’onda possente delle dottrine eterodosse, dei movimenti deviati e delle personalità senza guida trascendente, conserva ancora nei suoi ambienti più interiori quelle possibilità atte a ristabilire una normalità (questa vittima illustre del mondo moderno!) procedente dalla Verità (l’innominabile!) nei vari domini dell’esistenza, da quello politico a quello economico, da quello culturale a quello sociale, per non parlare dell’inestimabile valore, per tutti, di anche solo poche individualità orientate verso la realizzazione di quell’Unità che sola può garantire il successo in questa vita e nell’altra a venire. Il mondo moderno è, a tutti gli effetti, una volta “eliminato” Dio, un inferno in Terra, e tutte le distorsioni e le brutture che si possono osservare altro non sono che una conseguenza più o meno diretta di quella che, a ben considerare, più che una “morte” di Dio (cosa assurda a pensarsi) è un oblio o, per parlare in termini islamici, una “dimenticanza”. La miglior medicina verso tutte le malattie della Modernità è dunque il “ricordo di Dio”, ed infatti l’Islam incoraggia nella pratica rituale e nella condotta quotidiana il “costante ricordo di Dio”, affinché Lui non si dimentichi di noi e ci fornisca guida e protezione. Le due cose di cui hanno bisogno esseri umani sempre più alla deriva».

(in foto: Enrico Galoppini)

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