I riti religiosi non possono diventare azione politica

10/09/2019 di Omar Camiletti

Nella scorsa stagione il rapporto tra laicità e il vissuto della propria fede è salito alla ribalta politica per la ostentazione di alcuni simboli religiosi. Una distinzione però va fatta in questo ritorno della religiosità sulla scena pubblica italiana, ovvero un conto è esprimere i propri sentimenti con la fede, un altro è la sua strumentalizzazione.
Non si può usare la fede, nel senso del rito, vero e proprio, per trasformarlo – anche – in azione politica.
Da Muhamnad Ali ad oggi – si veda Sinhead O’Connor – convertiti famosi hanno raccontato la loro fede in Dio. Così come hanno fatto politici, artisti attori, cristiani, buddisti ed ebrei. In questa dimensione spirituale l’importante è mantenere un rispettoso equilibrio. Un detto del profeta Muhammad riferisce che «Allah non ama gli eccessi». Bisogna dunque separare l’esercizio del culto dalle proprie opinioni per raggiungere un buon livello di dialogo interreligioso e sviluppare un indispensabile pluralismo all’interno delle comunità e della società tutta. Esemplare fu la preghiera del venerdì, autorizzata al Colosseo per protestare contro la chiusura di alcune sale di preghiera ritenute ree di violazioni di normative.
Ci furono accese divisioni tra chi sentiva lesa la libertà religiosa e chi invece affermava il rispetto delle leggi e sopratutto che strumentalizzare la preghiera e lo stesso Colosseo, simbolo per eccellenza di Roma, diventava un involontario tributo alla propaganda jihadista. I musulmani e le musulmane sanno ben distinguere tra culto e doveri e impegno sociale – politico. I crocifissi nelle aule scolastiche non sono il bersaglio delle famiglie musulmane. La condivisione gioiosa, con i non musulmani, della cena che interrompe il digiuno del Ramadan, realizzata quand’è bel tempo, nelle strade adiacenti alle moschee, non ha mai fatto del male a nessuno.

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