Cisgiordania, Nabi Saleh, il paese che resiste a Israele

29/02/2020 di Redazione

Un interessante reportage di Gideon Levy per Haaretz, tradotto da Giusy Muzzopappa per Internazionale, racconta della vita a Nabi Saleh, in Cisgiordania.

Come molte delle zone di frontiera palestinese, il paese lotta a oltranza, con grande intensità, da almeno nove anni, quando il solito colono israeliano si è impadronito di una sorgente d’acqua. Da allora le cose sono cambiate per Nabi Saleh, e ogni settimana per sette anni ci sono state proteste che hanno registrato tanti episodi di violenza.

Da due anni i comitati di lotta hanno deciso di sospendere le proteste, ma il paese resta in stato di agitazione. Levy racconta l’allucinante “normalità” nella vita di Nabi Saleh.

“Nabi Saleh è un paese di collina non lontano da Ramallah dove vivono circa 600 persone, tutte appartenenti alla famiglia Tamimi. Nei pressi dell’entrata c’è la casa di Manal e Bilal Tamimi, dove i visitatori sono accolti da un’esposizione di munizioni usate delle forze armate israeliane, collocata sul tavolo accanto alla porta. Quasi tutte le case qui espongono involucri di granate come decorazione”.

“Come è successo in altri paesi coinvolti nella lotta, proteste sono cominciate quando un colono israeliano si è impadronito di una sorgente d’acqua. Ogni venerdì per nove anni si sono tenute manifestazioni a cui ha partecipato la maggior parte degli abitanti insieme a diverse decine di israeliani e attivisti di tutto il mondo. Jonathan Pollack, uno dei più determinati e tenaci attivisti israeliani, ha trascorso alcune settimane sotto custodia della polizia per essersi rifiutato di pagare la cauzione di 500 shekel (circa 140 euro) dopo la denuncia presentata da un gruppo di estrema destra. A Nabi Saleh lo chiamano Jonathan Tamimi in segno di ammirazione”.

“Due anni fa il comitato popolare del paese aveva deciso di interrompere le manifestazioni settimanali. Il paese aveva già seppellito quattro manifestanti, tre di Nabi Saleh e uno di un paese vicino; 22 abitanti erano in carcere in Israele e 15 erano stati feriti da proiettili veri. Sono cifre brutali in un centro minuscolo come Nabi Saleh. Molti abitanti si sono ammalati nel corso degli anni a causa delle enormi quantità di gas lacrimogeni usate dalle forze armate israeliane e dai poliziotti di frontiera. Dopo una manifestazione, gli abitanti del paese hanno raccolto gli involucri di 1.500 granate di gas lacrimogeni esplose dai soldati. Nel corso di un funerale al quale abbiamo partecipato una densa nuvola di gas lacrimogeno aleggiava su tutto il paese, minacciando di soffocare i presenti”.

“Manal respinge l’accusa secondo cui il paese si sarebbe arreso. “Se ci avessero spezzato adesso avremmo paura, e invece non abbiamo paura”, dice. “Quando i coloni si avvicinano al paese, tutti gli abitanti scendono per strada. Quando arriva l’esercito, tutti gli abitanti escono di casa. Una volta un agente ci ha detto: ‘I Tamimi non dormono mai, quando arriviamo di notte li troviamo ad aspettarci’. Stiamo portando avanti la lotta, ma lo facciamo in modo diverso”.

(continua sul sito di Internazionale)

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