Cina redarguita alle Nazioni Unite per la detenzione dei Uiguri

16/07/2019 di Redazione

Più di 20 paesi, in una lettera congiunta al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite , hanno chiesto alla Cina di fermare la detenzione di massa degli Uiguri, appartenenti alle minoranze etniche della regione dello Xinjiang.

Esperti ed attivisti delle Nazioni Unite dicono che almeno un milione di Uiguri ed altri musulmani sono detenuti nei penitenziari della remota regione occidentale del paese.

La Cina li descrive come centri di formazione, contribuendo ad eliminare “l’estremismo” e dare alle persone nuove competenze. La lettera, senza precedenti, indirizzata al Presidente del Consiglio è stata firmata dagli ambasciatori di 22 paesi. Tra di loro c’erano Australia, Canada e Giappone, insieme a paesi europei tra cui Regno Unito, Francia, Germania e Svizzera, ma non gli Stati Uniti, che hanno lasciato il “forum” un anno fa.

“Non è stata presentata una dichiarazione formale al Consiglio o una risoluzione da far votare, come richiesto dagli attivisti. Ciò a causa dei timori dei governi di una potenziale reazione politica ed economica della Cina”, hanno affermato i diplomatici.

“È una prima risposta collettiva allo Xinjiang”, ha dichiarato un diplomatico occidentale. “L’idea di una risoluzione non è mai stata sulle carte”. Un altro inviato ha detto: “È un passo formale perché sarà pubblicato come documento ufficiale del Consiglio … è un segnale”.

Il governo cinese ha limitato l’accesso allo Xinjiang negli ultimi anni, tra una crescente sorveglianza e una presenza di spicco della polizia. I principali funzionari delle Nazioni Unite, tra cui Michelle Bachelet, hanno chiesto che l’organismo globale abbia accesso ai campi per indagare sulle accuse di violazioni dei diritti umani. Secondo il Dipartimento di Stato americano, fino a 2 milioni di uiguri, kazaki, kirghiziani e altre minoranze etniche, prevalentemente musulmane, sono state trattenuti contro le loro volontà.

Pechino ha fornito un accesso limitato a giornalisti e diplomatici stranieri, con visite, “rigorosamente guidate”, alle strutture carcerarie.

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