Assia Belhadj: “Il mio impegno per le donne musulmane”

21/02/2019 di Redazione

Conosciamo meglio Assia Belhadj, cittadina italiana di origini algerine che nel nostro Paese è una mediatrice culturale, nonché referente del Progetto Aisha per la Città di Belluno. Un impegno a favore alle donne musulmane per aiutarle ad emanciparsi e promuovere una cultura del rispetto e dell’amore sano, scardinando quei retaggi culturali che discriminano le donne e che giustificano atti di violenza contro di loro, contro ogni principio insegnato dall’Islam.

Ci parli della sua storia, il suo percorso nell’Islam e cosa fa attualmente…
Sono una cittadina italiana, di Belluno, in Veneto, ma algerina di origine. Sono in Italia da più di 12 anni e faccio la mediatrice culturale. Mi sono diplomata in questo Paese e sono la rappresentante del progetto Aisha Belluno ideato per contrastare la violenza e la discriminazione contro le donne, in particolare quelle musulmane. Mi impegno anche del dialogo interreligioso. Attualmente sto per finire il mio primo libro in cui racconto la mia storia di donna musulmana qui in Italia. La mia esperienza è un po’ lunga, ma credo che si possa racchiudere in una frase: ‘le difficoltà devono essere una sfida da superare e da risolvere’. Non è stato facile all’inizio inserirsi in una società diversa dalla mia, ma ho capito che dovevo affrontare le difficoltà e cercare sempre di prendere il lato positivo per poter andare avanti e adattarmi alla nuova vita. La prima sfida era la lingua: mi sono impegnata molto per impararla, dopo aver capito un po’ come funzionava questa società, attraverso gli studi, la cultura, la storia. Credo che il primo passo per poter comprendere è conoscere, ragionare per potersi inserire in una nuova realtà. I motivi che mi hanno spinto all’impegno nella società sono nati dai pregiudizi, dalla paura, dalla non conoscenza nei miei confronti come donna, in particolare come musulmana velata. All’inizio volevo solo difendermi da quei pregiudizi e dire ad alta voce che non è come fanno vedere i mass-media, puntando sempre sugli aspetti negativi nei nostri confronti. Un impegno per far capire che non si può includere un’intera popolazione, i Musulmani, in una sorta di cerchio, come in una gabbia perché considerati tutti pericolosi. Da musulmana l’impegno sociale è un dovere ricompensabile da Dio, ma anche una responsabilità come cittadina che vuol aiutare a far accrescere il tessuto sociale con la consapevolezza della nuova società italiana di cui faccio parte. Sicuramente, la responsabilità che mi sono preso non è per niente facile ma, quando crediamo in qualcosa, alla fine riuscirai a realizzarla; basta crederci ed impegnarsi ed in ciò la mia fede come musulmana mi ha aiutato molto. Dopo aver imparato la lingua, anche se non proprio bene, mi sono impegnata dapprima all’interno della mia comunità attraverso corsi religiosi per le donne musulmane, spesso escluse dentro e fuori la comunità. Perciò la mia idea principale è stata quella di organizzare serate dedicate alle donne per aiutarle a capire meglio la loro religione. Così ho deciso di approfondire le mie conoscenze sull’Islam studiando su libri, internet o con il supporto di imam. È importante aiutare le donne anche a comprendere la società in cui vivono, far conoscere i propri diritti, i doveri, lavorare sull’integrazione e tanto altro. L’ho fatto per più di 5 anni e ho imparato che l’integrazione può realizzarsi appieno solo uscendo dai propri ambiti familiari e comunitari. Perciò ho provato a collaborare con alcune associazioni, soprattutto puntando sulla conoscenza reciproca. Non ho trovato le porte sempre aperte, perché a volte non credono tu sia una ragazza capace, o c’è chi ti prende in giro, chi non ti risponde neanche, come pure c’è chi ti sfrutta. Tutto ciò mi ha insegnato tanto e mi ha fatto comprendere cose che io non conoscevo. Ecco che allora ho cercato di guardare solo al lato positivo e trasformare ogni negatività in qualcosa che mi desse forza, che mi spingesse a lottare di più, sì, a lottare perché non è stato assolutamente facile. Ma credo che alla fine si trovano sempre persone di buona volontà con cui collaborare. Ho capito che l’integrazione è qualcosa che si costruisce. Da parte mia è servito aprimi per creare l’ambiente giusto che potesse aiutarmi ad integrarmi. L’integrazione per me è sinonimo di interazione, di convivenza pacifica. Integrarsi vuol dire inserirsi; integrazione è anche fare amicizia con varie persone che vengono da varie nazioni. Integrazione è come un puzzle e solo grazie ai tanti pezzi si può arrivare a qualcosa di perfetto. Si può vivere in una cultura diversa della propria, ma ciò non significa annullare o cancellare la propria identità. Grazie a tante persone che guardano il mondo con mente e cuore aperti, che credono come me che il primo passo sia la conoscenza reciproca, a Belluno siamo riusciti a realizzare tante iniziative insieme, a crescere insieme. È grazie a loro che mi sono impegnata nel sociale e nel dialogo interreligioso“.

Un impegno notevole che sta dando i frutti sperati?
Credo che l’impegno nel campo del dialogo in generale, soprattutto nella mia città, abbia dato frutti perché in questi anni sono state coinvolte tante persone. Abbiamo lavorato insieme, musulmani e non, sul dialogo che ha permesso di ricevere più fiducia, rispetto, comprensione. Per me il dialogo è una vita da offrire agli altri, vivere concretamente secondo i nostri valori che sono basati sulla misericordia, per invitare gli altri ad entrare dentro questo cerchio della misericordia come famiglia umana che è una volontà di Dio (O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah, il più nobile di voi è colui che più lo teme (Corano 18-13)“.

Lei è una donna musulmana: come vive nella sua città? C’è un clima particolare?
Per me essere una donna musulmana velata significa avere coraggio, responsabilità e lottare tutti giorni. La percezione tra prima e adesso è completamente cambiata nei miei confronti, sicuramente l’impegno sociale mi ha aiutato molto, ma per me non basta e c’è ancora tanto da fare. Forse prima pensavo solo a me stessa, a difendermi come Assia, ma dopo ho capito che devo fare di più per il prossimo, soprattutto per le donne musulmane che vivono nella mia stessa città e che sono quasi escluse sia dentro la comunità, che nella società. Clima particolare direi che non ne avverto, magari un cambiamento sì e per me già questo è un buon inizio“.

Quale riferente del progetto Aisha per la sezione di Belluno, crede che le donne stiano iniziando ad aprirsi? Che risultati state avendo?

Si tratta di un progetto che è nato a Milano nel 2016 per contrastare la violenza e la discriminazione verso le donne. La missione del Progetto Aisha è valorizzare la figura femminile, favorendo la sua libertà di scelta, la sua indipendenza sociale ed economica. Vogliamo offrire ogni strumento possibile per aiutare le donne musulmane e non a superare condizioni di violenza e discriminazione e contribuire all’impegno per la tutela delle donne a prescindere dalla loro origine, nazione o religione; lavoriamo insieme per promuovere gli strumenti che possano garantisce la tutela e il rispetto delle differenze di genere. Credo che ormai sia arrivato il tempo nel quale la donna musulmana debba giocare un proprio ruolo nella società, perché ne facciamo parte a tutti gli effetti ed è l’unico modo per cambiare certi preconcetti su noi donne musulmane e far conoscere alle donne le loro diritti e doveri. Il Progetto Aisha Belluno è il primo sportello per le donne musulmane che è nato nel 2018 a Belluno. So che questo progetto una cosa nuova sia per la mia comunità che per la mia società (Belluno) ma il mio obiettivo di questo progetto che nasce per l’esigenza di proseguire a percorrere la strada di una conoscenza reciproca fra le diverse culture. E lo facciamo parlando di temi e di argomenti di vita quotidiana. Dobbiamo parlare di violenza e parleremo anche di fenomeni nelle famiglie musulmane. Ma la violenza è un fatto di cattiva educazione, non di cultura musulmana o occidentale. Si tratta di un argomento su qui siamo molto sensibile e che non tendiamo in nessuno modo nascondere. So che è una sfida sia dentro la mia comunità che fuori, ma so che tanti donne musulmane hanno bisogno di un voce, di aiuto, di ascolto. Il mio obiettivo è anche quello di mettere a disposizione gli strumenti che possano aiutare queste donne. Attraverso il progetto vorrei collaborare con altre realtà ed altre associazioni per poter comprendere la realtà di essere una donna musulmana. Questo progetto è nato per contrastare la violenza di genere e cercare di sensibilizzare la comunità prima e anche la società, soprattutto i giovani, educarli alla non violenza. Credo che il primo posto in cui agire sia la scuola, se vogliamo una nuova generazione che cresca senza il tarlo della violenza di genere. Capisco che sia difficile, ma credo che col tempo il nostro impegno potrà aiutare le donne ad aprirsi. Ad ogni modo, abbiamo già delle richieste di aiuto a cui ci stiamo dedicando. In conclusione, penso che l’impegno sociale sia una responsabilità che ognuno di noi dovrebbe assumersi e non dobbiamo voltare le spalle alle difficoltà che incontriamo ogni giorno“.

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