Ai consumatori di prodotti Halal servono maggiori garanzie

12/09/2019 di Omar Camiletti

Non sappiamo se si verificherà la previsione dello studio sugli sviluppi demografici – riportato ieri da Daily Muslim– secondo il quale nel 2050 i musulmani (e le musulmane) saranno pari al 39 per cento della popolazione europea. Sicuramente è più vicina a noi la stima europea che assegna nel 2022 alla “halal economia” (alimentari e altri vari settori) un fatturato di 2.560 miliardi di euro.
“Halal” è  la parola araba, termine ormai globalizzatosi, che significa “lecito” ovvero tutto ciò che è conforme ai dettami dell’islam. Tutti i prodotti, per essere ritenuti leciti, devono indicare appunto di essere “Halal”. Per questo occorre una certificazione che attesti tale “qualità” non solo per il mercato locale ma per poter esportare in Paesi islamici.
Per potersi definire “halal” un prodotto deve ottenere una apposita certificazione da un ente accreditato in grado di verificare la effettiva liceità islamica, oltre ad essere conformi alle normative italiane ed europee per quel che riguarda igiene e sicurezza. Le società post-moderne sono sempre più pluriculturali, tant’è che in Francia e nel Regno Unito si calcola nel 36 per cento la quantità dei consumatori non musulmani dei prodotti “halal”. In Italia la grande distribuzione, compresi i discount ( ad eccezione del “Penny market” per i polli “baraka”) non ha ancora strutturato una offerta di produzione “halal” come invece avviene per altri comparti come il prodotto vegano o quello senza glutine. Quali le ragioni? Culturali? Economiche?

Uno sbilanciamento delle famiglie musulmane a favore della “bottega etnica” al dettaglio gestita da un proprio connazionale può essere una spiegazione plausibile, anche se in molti cresce il sospetto di inaffidabilità, tanto da far preferire ad alcuni le macellerie “kosher”. Occorrerebbe – oltre ai seri enti di certificazione – una altrettanto seria agenzia di consumatori che accerti la conformità “halal”. E sopratutto che questa esigenza si diffonda tra il pubblico (a cui non dovrebbe bastare più scaricare sul macellaio la responsabilità). Sarebbe una occasione perduta per la filiera agroalimentare italiana non essere in grado di esaudire con la sua eccellenza l’ enorme pubblico planetario di consumatori di religione musulmana in continua crescita.

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