Gruppi per i diritti degli Stati Uniti evidenziano gli effetti del divieto musulmano

03/07/2019 di Redazione

Una coalizione di organizzazioni per i diritti si è riunita mercoledì a Washington, in occasione di un’esposizione artistica, per descrivere gli effetti che il divieto musulmano ha avuto sulle famiglie americane. Tale divieto è stato promulgato per la prima volta dal presidente Donald Trump nel 2017 ed ha dovuto affrontare molteplici battute d’arresto, fino a quando la terza iterazione è stata confermata lo scorso anno.

Il Council on American-Islamic Relations (CAIR) Arts, l’American Civil Liberties Union (ACLU) e Church World Services hanno organizzato la mostra di fronte all’edificio di Capitol Hill, alla quale hanno partecipato diversi legislatori.

“Sento quotidianamente storie dagli Americani che mi contattano per dirmi che non sono stati in grado di vedere il loro coniuge”, ha dichiarato la deputata Judy Chu, che ha presentato una proposta di legge per limitare il divieto.

L’ultima versione vieta l’ingresso negli Stati Uniti alle persone provenienti da sette paesi – cinque dei quali a maggioranza islamica -. Il divieto, di fatto, interrompe l’immigrazione da Iran, Libia, Somalia, Siria e Yemen, Corea del Nord e Venezuela.

Uno degli esempi più noti degli effetti devastanti del divieto è arrivato l’anno scorso. A una madre yemenita è stato negato l’ingresso per vedere suo figlio di due anni, che si trovava in un ospedale di Oakland, in California, affetto da una malattia genetica del cervello. Shaima Swileh è una cittadina yemenita, mentre suo marito, Ali Hassan, è americano.

Hassan portò il figlio Abdullah negli Stati Uniti per cure mediche, quando le sue condizioni stavano peggiorando, lasciando Swileh in Egitto per richiedere il visto. Alla fine, le fu concesso di entrare dopo un anno per vedere suo figlio, meno di due settimane prima che morisse.

Tale concessione ha – di fatto – messo in atto un sistema di esenzione, secondo il quale l’ingresso nel territorio americano da parte di cittadini provenienti dai paesi “bannati” verrebbe deciso caso per caso. Da allora, solo il 5% di tali deroghe è stato concesso dagli Stati Uniti.

“Questa politica che sarà una macchia sulla nostra storia, una volta per tutte deve finire”, ha detto il Congressista Ilhan Omar.

“Se la Corte Suprema è disposta a lasciare in vigore il divieto musulmano, spetta al Congresso revocarlo e riorganizzare il nostro sistema di immigrazione ormai guasto”, ha dichiarato Robert McCaw, direttore degli affari governativi del CAIR.

Il membro del Congresso Chu ha introdotto il No Ban Act al Congresso in aprile, che, se approvato, creerebbe restrizioni sulla capacità del Presidente di impedire alle persone di entrare negli Stati Uniti e proibire la discriminazione religiosa nelle decisioni relative all’immigrazione.

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