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Pietro, una vita come atto di fede e coraggio
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Pietro, una vita come atto di fede e coraggio

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Il Daily Muslim oggi vuol parlare di Pietro Crucitti, un ragazzo calabrese di 33 anni, convertito all’Islam, affetto da distrofia muscolare, che affronta con coraggio ed a testa alta le difficoltà che la vita gli pone quotidianamente davanti. Abbiamo scelto di raccontare la sua storia personale fatta di scelte controcorrente, ma soprattutto del messaggio che lancia a chiunque non apprezzi appieno la vita, pur godendo di ottima salute. Un esempio di come la grazia di Dio sappia donare serenità e luce all’esistenza di chi convive con una malattia degenerativa, ma non perde la fora d’animo per testuimoniare la sua fede e il miracolo rappresentato dalla vita stessa.

Parlaci di Pietro, della sua storia e del suo percorso nell’Islam.
Sono nato in una famiglia cristiana di confessione cattolica. Da piccolo, un giorno mio nonno osservandomi disse a mia madre: ‘stu figghiu non è u toi, è du Signuri’ (questo figlio non è il tuo, è del Signore, ndr). Mia madre si offese ma adesso, ripensandoci, grazie alla sua saggezza mio nonno aveva scorto in me un segno precursore della misericordia divina che da lì a dieci anni si sarebbe depositata nel mio cuore. La mia adolescenza è stata conflittuale con la vita: mia madre cercava di impormi i valori cattolici, ma da parte mia riceveva solo imprecazioni e bestemmie. A scuola non eccellevo, mi piacevano solo le Scienze, ma preferivo stare all’aria aperta e giocare con gli animali. Verso i 16 anni uscivo con un gruppo di amici, tra i quali c’era Giuseppe Cotroneo, cattolico praticante. Lui, notando la mia inquietudine e l’indifferenza verso la spiritualità mi consigliò di leggere un saggio interpretativo sui significati del Corano. All’inizio lo lessi con superficialità, ma mi lasciò affascinato la sobrietà della cultura islamica. Continuai a leggerlo e rileggerlo fino a quando Dio pose in me il desiderio di tornare all’Islam. Mi presentarono un credente musulmano di nome Rashid proveniente dal Marocco. Il 31 maggio del 2002, un venerdì, giorno di preghiera collettiva, grazie a Dio feci testimonianza di fede. Ritornare all’Islam non significa abiurare la propria tradizione, ma rinnovarla e attualizzarla in quanto tutti i profeti erano sottomessi a Dio, quindi musulmani. Inizialmente mia madre era un po’ diffidente ma poi si ricordò di un musulmano molto onesto e preciso, come pure di un aneddoto filosofico raccontato sempre da mio nonno: ‘Dio creò tre religioni come se fossero tre anelli tra i quali uno autentico’ perciò, nel rispetto reciproco, come dice il Corano ‘io non adoro ciò che voi adorate, a me la mia religione e a voi la vostra’. La lode appartiene ad Allah il Signore dei mondi“.

Stai sostenendo una battaglia importante. La fede ti aiuta?
Sì, soprattutto nell’affrontare la mia malattia degenerativa (la distrofia muscolare, ndr). Credo che la vita abbia un senso e valga sempre la pena di vivere amando il prossimo e la vita. Il nostro io esiste grazie alla presenza del prossimo“.

I fratelli nell’Islam ti sono vicini?
Sì, in parte, perché qui in Calabria sono tutti molto affaccendati ad affrontare la vita. Paradossalmente, i contatti virtuali sono stati di aiuto ma, nel complesso, ogni persona etica che ho conosciuto ha influenzato positivamente la mia vita, come disse Madre Teresa di Calcutta: l’oceano è composto da tante gocce d’acqua“.

Sei un esempio per molte persone per la tua forza, vuoi lasciare un messaggio a quanti ci leggono?
Chi ama la vita non smetterà di aspirare alla sapienza e all’amore per il prossimo. Il viatico possiede ciò e la giusta dose di empatia, troppa può travolgere la nostra mente, paralizzando i nostri sensi, portandoci all’apatia. Quindi dobbiamo approfittare di ogni scampolo di serenità per approvvigionare il nostro bagaglio in opere di bene, buon comportamento e una buona cultura, cercando di non identificarci con le nostre vicissitudini. Siamo tutti sulla stessa barca, il tempo ci consuma e dobbiamo cogliere l’attimo, concentrandoci sul nostro obiettivo“.

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