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Federico Schütz, il musulmano che scrive gialli polizieschi

Federico Schütz, il musulmano che scrive gialli polizieschi

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È in vendita sul sito Amazon un e-book in francese, «Miel et Fiel: des canaux flamands aux côtes africaines», che traduciamo liberamente in «Miele e fiele: dai canali delle Fiandre alle coste del Corno d’Africa». L’autore è Federico Schütz. Il fatto interessante è che Federico è Ali, un musulmano, che ha animato la “scena” islamica di Milano.

Può brevemente raccontarci la sua attività pubblica in favore della comunità?
Il fiore all’occhiello sono stati senz’altro il ristorante e centro culturale «Il Fondaco dei Mori», in via Solferino, in pieno centro di Milano, e il suo convegno internazionale alle Stelline «Identità e pluralità nelle città d’Europa – Milano e l’Islam» dell’anno 2000, dopo la conversione all’Islam nel 1979 e una lunga militanza nel primo centro Islamico di Milano, quello di via Anacreonte, poi nella Casa della Cultura di Via Padova, e l’UCOII con responsabilità al vertice, il dialogo interreligioso con ebrei e cristiani e un costante pressing comunicativo verso i giornalisti, gli operatori culturali e religiosi, i politici locali, nazionali ed anche internazionali. Nel 2009, grazie all’amore per una franco-algerina, (mia moglie) sono invece emigrato verso le rive dei canali della regione più a Nord della Francia, alla frontiera con il Belgio, dove ho trovato anche la mia via, la mia realizzazione spirituale, che cercavo da tanti anni e che mi sfuggiva sempre“.

Com’è approdato alla scrittura, perdipiù di un giallo? Possono queste letture, a suo parere, non essere solo un’evasione, ma contribuire ad una positiva formazione di un/una giovane musulmano? Più in generale, cosa si può ricavare dalla letteratura di gialli o di science-fiction rispetto ai tradizionali testi su cui si forgia la visione saggia di un musulmano?
Vi sono arrivato, un po’ per emulare i miei antenati di professione giornalisti; difatti la mia è una narrazione intrisa di fatti reali (le avventure geopolitiche del mio personaggio principale), un po’ come esigenza di un’autoanalisi necessaria dopo una serie di cambiamenti fondamentali nella mia vita privata e pubblica, cercando di mettere a frutto la mia esperienza di mediatore tra le culture, raccontando anche situazioni estreme, difficili, di scontro, per poter sviscerare le varie sfaccettature della realtà e della verità. Il giallo, o lafiction, è solo una scusa, un contesto letterario, per poter raccontare come viviamo noi musulmani occidentali, come ci relazioniamo con gli altri, come e cosa amiamo e viceversa, odiamo. Una cronaca, una narrazione può essere utile, sia a un musulmano, che no, per conoscere aspetti della vita che non si conoscono ed imparare dagli altri, dal loro vissuto. E qui sto parlando di vite di musulmani occidentali, scritte da noi, musulmani occidentali. Quanto abbiamo imparato dalle vite degli ebrei occidentali, leggendo gli scritti di Franz Kafka, Joseph Roth, Stefan Zweig, Milan Kundera!

In assoluta controtendenza collochi il suo evidente alter ego, Ulisse Salgari non come parte del problema (il rischio di “islamizzazione”), ma come una soluzione. Ci sono dei personaggi simili tra di noi o è solo il frutto della sua immaginazione?

Federico Alì Schütz

Sono convinto come musulmano italiano e di vocazione europeo, ovvero di origine svizzera, cresciuto a a Milano, figlie euro-somale che vive come ho detto nel nord della Francia, che posso essere parte integrante della ‘soluzione’, o forse, più modestamente, uno degli artefici di un nuovo rinascimento europeo che sappia includere l’Islam e i musulmani nel solco dell’esperienza storica andalusa e siciliana. Il mio commissario è, per il momento, un personaggio solo immaginario, ma assolutamente plausibile, in quanto credo che i tempi siano maturi per realizzarlo: qualcuno che non cerca colpevoli da sbattere in prima pagina, in pasto alle iene (e ai loro emuli) della mediatizzazione del terrore per imporre nell’immaginario collettivo l’avversione per l’Islam e per i musulmani, e che non vuole solo punire, come vendetta sociale, ma prevenire e, a volte, trattare con il ‘nemico’, è auspicabile. Non si tratterebbe certo di accondiscendere o accettare le sue ‘ragioni’, ma di comprenderle per meglio combatterle. Lungi da me l’auspicio di una ‘quinta colonna’, che preferirebbe, a prescindere (come direbbe il buon Antonio De’ Curtis, che ha fatto la parte del Commissario Saracino nel film «Totò contro i quattro»), salvaguardare ad ogni prezzo un comunitarismo, a fronte dei presunti ‘miscredenti occidentali’, no Ulisse Salgari è un fedele servitore della Stato, o della Comunità Europea. Questo non significa che egli sia accomodante sulle forme aggressive e violente dell’attività politica dei cosiddetti jihadisti, infatti in Somalia va in prima linea contro gli Shebab e simpatizza per le milizie Sufi di Ahlu-l Sunna wa-l Jam’ah che, per difendere i loro santuari, combattono contro di loro. Ulisse si avvale spesso della collaborazione del Colonnello Achille, istruttore della Legione Straniera, quando ha bisogno di un aiuto ‘manu militari’, perché in alcuni casi, serve evidentemente anche la forza, soprattutto quando si tratta della difesa di valori e di entità indifese. Il fatto che di questi prototipi ne esistano finora ben pochi nella realtà europea e occidentale, non significa che non ci possano presto esserne a disposizione del bene comune”.  

Ali, ci descriva la genesi del protagonista e quali sono le sue caratteristiche d’indagine.
“Il nome, Ulisse, e il cognome, Salgari, del personaggio principale stanno a significare il mito del viaggio (nella mitologia greca) e la forza della fantasia (forse un po’ mitomane di chi racconta ciò che non ha mai vissuto realmente); non a caso si tratta comunque di una fiction. Il viaggio in tutti i sensi viene praticato dal nostro Commissario, uno sforzo per lasciare le certezze per un’avventura, per scoprire, conoscere e apprendere dal prossimo, spesso in ‘terra straniera’. E imparare, anche da viandante o da studente, le sue lingue, le sue culture e culti fanno parte di questo sforzo sul sentiero di Dio (fi-sabilillah) che il mio personaggio ha intrapreso nella sua formazione e continua a praticare nelle sue inchieste. I suoi studi, anche da auto-didatta, l’hanno portato a diventare (anche come “copertura sociale”) a diventare un ricercatore presso l’Università di Lovanio in Belgio. I suoi sistemi d’indagine sono, a parte lo studio, quelli del rapporto con le persone, anche le più strane, considerate dalla buona società come pazze, che invece hanno spesso molto da insegnarci in quanto vedono cose che non vediamo o non riusciamo a comprendere nella nostra razionalità. Il rapporto con sua moglie, poi, con le sue sensibilità e intuizioni, ancorate nella pratica spirituale, gli sono molto d’aiuto“.

Le atmosfere alla Maigret, o alla Nero Wolfe, sono evidenti in questo suo primo giallo.
Il fatto che io abiti attorniato da canali e le campagne nebbiose, con i suoi barconi e le sue osterie, hanno evidentemente influenzato la scelta “simenonianamente” coreografica di questo primo giallo. Di Nero Wolfe ci sono forse solo l’amore per il giardinaggio e la cucina, ma le sue riflessioni “in trance” ricordano i sogni e le ispirazioni mistiche della moglie del mio commissario delle quali si avvale molto per cercare una soluzione agli enigmi“.​

Diceva, appunto, dell’importanza del cibo nel suo romanzo…
Il cucinare ed offrire il cibo è senza dubbio un modo di amare e di condividere del bene con gli altri e un modo per farsi conoscere e conoscere. I manicaretti preparati o descritti dal buongustaio Ulisse sono lezioni di cucina internazionale, in alcuni casi anche degli essai di fusion interetnica. Possono essere una fonte d’ispirazione per chi ama mangiare e bere “diversamente”. Non c’è dubbio che la mia esperienza decennale con cuochi e gelatai di mezzo mondo è stata molto utile alla redazione di queste descrizioni culinarie“.

Come immagina in prospettiva lo svolgimento delle geopolitiche contemporanee? Finiranno queste “guerre islamiche”, oppure al pari delle cosiddette “guerre indiane” in quello che era il “nuovo mondo” continueranno interminabili?
Il nostro buon Ulisse, lasciando la Somalia, dopo essere stato ferito al fronte contro gli Shebab, discutendo con il porta-voce del governo somalo, lo rimprovera del fatto che i politici e cosi anche tutti i militanti “islamisti” debbano smettere con la loro demagogia, utilizzando la religione al fine di andare al potere per poi praticare il contrario di ciò che avevano predicato, o ciò che avevano attribuito, come errore, o addirittura come peccato, ai loro nemici o avversari. Nella stessa conversazione critica i politici, sia governativi e non, dei paesi islamici di cercare alleanze con coloro che loro stessi criticano, e cioè le forze politiche e militari di altri paesi e in modo particolare dell’Occidente. Fin quando i musulmani imiteranno come dei pappagalli il peggio dell’Occidente, e ne inseguiranno i modelli più deleteri, e ne acquisiranno i sistemi e le armi, non potranno altro che continuare a subire e rendere involontariamente possibile la realizzazione di una logica di (auto)distruzione che fa comodo a coloro che vorrebbero vedere i musulmani raggiungere il punto morto, anche in senso letterale. I conflitti armati e la gara al predominio intra-islamici, che coinvolgendo e utilizzando le differenze tra sunniti e sciiti, hanno contribuito ad un’escalation deleteria della guerra. Speriamo che una nuova logica impregnata dalla spiritualità islamica tradizionale possa prendere il sopravvento per neutralizzare la negatività di questa tendenza che sembrerebbe irreversibile. Ma il cuore pulsante alla fede e la fantasia di un apprendista scrittore mi fanno credere che ciò sia possibile e si avvererà. E arrivederci alla versione italiana di questo giallo e al prossimo della stessa serie «Scacco matto a St. Moritz: la Siria vale bene una messa», se Dio vuole!

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