Redimersi dalla Jihad si può. L’esempio nel romanzo di Nuccio Franco

19/11/2019 di Francesco Buja

Le imprese dell’Isis, si sa, non ha giovato ai musulmani, confusi, a causa dei terroristi, con gli  jihadisti. Il libro di Nuccio Franco (nella foto sotto), “Il mio nome è Jamal – Dalla Jihad alla redenzione”, Edizioni 2000diciassette, prova a chiarire chi sono coloro che impugnano il Corano a modo proprio per farne strumento di odio. L’autore, giornalista freelance vincitore della sezione narrativa inedita del Premio letterario “Firenze per le culture di Pace 2010”, mette in gioco il libero arbitrio davanti al fraintendimento di una dottrina, cioè la capacità di trovare la strada degli autentici valori dell’Islam. E questo accade, nel suo romanzo, grazie a un incontro.

Franco, quali sono le più ricorrenti cattive interpretazioni del Corano usate per combattere l’Occidente ?
«L’Islam non è un monolite ma una realtà dinamica che contempla una sfera religiosa, intellettuale, politica e militare. Questi aspetti sono spesso (o quasi sempre) interdipendenti tra loro. Ogni parola, frase o concetto del Corano si prestano a svariate interpretazioni; è dunque necessario uno sforzo, uno ijtihad per attualizzare parole e situazioni alla nostra epoca. Il primo equivoco è dato dal concetto di Jihad che, letteralmente, significa “sforzo” che ogni fedele compie quotidianamente sulla via di Dio, per essere un buon musulmano, per comprendere il senso autentico della religione. È dunque un impegno intellettuale assolutamente pacifico. L’interpretazione data al concetto dagli jihadisti è invece molto più aggressiva e sta a significare la lotta contro l’Occidente corrotto.
Il secondo nasce dal concetto di Guerra santa, che non è assolutamente contemplata dal testo sacro ma che è utilizzata dagli jihadisti come lotta all’infedele considerato miscredente, corrotto e blasfemo.
Il terzo è quello concernente la guerra in generale che nel Corano è intesa solo in senso difensivo, mentre gli estremisti sono convinti che una guerra offensiva sia necessaria per ristabilire un concetto di vita fondamentalista ed ortodosso. Essa è dunque intesa come guerra di liberazione dagli attacchi anche sociali ed economici dell’Occidente per ristabilire il primato dell’Islam. Per non parlare poi di termini quali bay’a, “giuramento di fedeltà”, che viene inteso come giuramento di morte; kafir, ossia miscredente, che viene assimilato a tutto l’Occidente; e shahid, letteralmente “martire in guerra”, che nel linguaggio jihadista è inteso come martire suicida, quando lo stesso suicidio non è contemplato dal Corano».

 Jamal, il protagonista del libro, sperimenta l’assurdità di una élite che spinge per i propri affari i musulmani a uccidere in nome di Allah: quali sono queste cerchie dirigenti?
«Si tratta di un argomento certamente delicato da trattare ma non meno importante, anzi. È impossibile pensare che un movimento di portata globale si nutra di luce propria, si autoalimenti se non (forse) a livello ideologico. Di conseguenza è lecito ritenere ci siano dei gruppi di potere – religioso, economico e politico – che per fini “altri” rispetto a quelli trattati, illudono migliaia di giovani che la guerra all’Occidente non solo sia giusta ma doverosa e che quella sia la via per l’immortalità. Mi riferisco ai sermoni di alcuni religiosi o di capi spirituali che con le loro parole radicalizzano i soggetti aumentando esponenzialmente la loro autorità, l’influenza e la notorietà all’interno di comunità molto vaste. Così come non può essere negato un flusso costante di armi, denaro, finanziamenti illeciti, riciclaggio di ingenti somme nella jihad da parte di mercanti d’armi o di soggetti che dispongono di denaro sporco che va ripulito. Ritengo tuttavia che le più importanti forme di finanziamento, spesso ampiamente documentate, siano quelle provenienti anche da gruppi politico – istituzionali che usano la jihad come arma non dichiarata per accrescere il loro potere in determinate aree o la loro influenza su politici e governanti. Le parole d’ordine, seppur rappresentando una interpretazione ad hoc del Corano, sono sempre le stesse, illudono le masse ma spesso sono strumentali solo ad altri interessi che nulla hanno a che fare con l’ideologia seppur esecrabile dello jihadismo».

Le élite di cui parliamo sono le stesse che invitano gli africani a venire in Europa, perché, dicono, c’è bisogno di manodopera, quindi incoraggiano una invasione islamica?
«Assolutamente no. Gli africani che vengono in Europa, semmai su barconi di fortuna, è gente disperata, che scappa dalla guerra, da regimi dittatoriali, dalle malattie con nel cuore il sogno di una vita migliore. Certo, tra loro possono esserci persone equivoche, anche dei criminali che una volta in Europa cominciano a delinquere ma è fisiologico ed è solo una minima parte. Chi li incoraggia ha il solo scopo di guadagnare cifre esorbitanti che, spesso, sono frutto di una vita di risparmi semmai per poche miglia di mare; a loro non interessa nulla della religione, dell’Islam. Non credo si possano mettere sullo stesso piano di quanto accennato in precedenza. Sono per una politica della tolleranza, dell’accoglienza e del dialogo e, personalmente, non ho la psicosi come succede purtroppo ad altri miei concittadini di un’invasione, di perdere il primato a casa mia, di vedere i miei costumi contaminati, di essere invaso dall’Islam. Questa povera gente viene in Europa per lavorare e dunque credo che l’aspetto religioso venga in secondo piano nel senso che non c’è una strategia precisa mirata all’incoraggiamento di un’invasione. La questione è meramente materiale e nemmeno latamente ideologica come succede nel caso del finanziamento alla jihad».

Mi riferivo all’atteggiamento dell’Occidente: un conto è accogliere chi fugge dalla guerra, un altro è chiamare gente perché si ha bisogno di braccia per lavorare. In Italia, considerata la disoccupazione e la dilagante povertà, questa chiamata suona, oltre che una beffa, come un reclutamento di schiavi… 

«Certamente la situazione economico – occupazionale del nostro Paese presenta forti elementi di criticità. C’è da dire, tuttavia, che alcuni settori sono del tutto appannaggio dei lavoratori stranieri che giungono in Europa, lo ribadisco, con il sogno di una vita migliore. Nondimeno si tratta di persone operose che accettano condizioni lavorative al limite pur di lavorare ed inviare nei Paesi di origine le cosiddette rimesse. Si tratta di somme di denaro che talvolta valgono molto più di qualsiasi programma umanitario di cooperazione e sviluppo. È innegabile che, spesso, si instaurino forme di para – schiavismo con l’assenza di contratti, di tutele, di diritti. Sfruttamento ma, soprattutto, assoluta mancanza di rispetto della dignità dell’uomo e del lavoratore. Ciò risulterebbe più difficile con gli italiani, meno mansueti, seppur anche in questo caso ci siano situazioni al limite. Frotte di uomini e donne, in particolare nel settore agricolo, vanno ad alimentare forme di reclutamento quali il caporalato, ossia la modalità di intermediazione tra domanda ed offerta assolutamente illegale, utile ad abbassare il più possibile il costo della manodopera. Per non parlare poi del traffico d’organi e della manovalanza per le mafie. Ed è proprio su questi (come su altri) aspetti che connotano siffatto fenomeno di neo schiavismo che bisognerebbe intervenire con atti normativi efficaci, chiari ed ineludibili che tolgano linfa a queste pratiche restituendo all’immigrato un briciolo di dignità e speranza, solidarietà ed uguaglianza. Non basta instaurare una giornata dedicata alle vittime della schiavitù ma agire sulla strada e nell’ambito di una cultura del fare, della legalità».

 

 

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